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Cultura

Come ti racconto i Beatles

 
La scrittura come modo di mettere in circolo la creatività. Giampiero Orselli tra romanzo, canzone, teatro, fiction. E diari scolastici
 
   

     
03 luglio 2002
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di
Donald
Datti
   
orselli
Per lui scrivere è un modo di socializzare. «Non credo allo scrittore che si chiude nella sua stanzetta e scrive il grande capolavoro. Per me scrivere è quasi un pretesto per conoscere gente e mettere in circolo la creatività».

Giampiero Orselli (nella foto) collabora con attori, cabarettisti, cantautori (tra cui Max Manfredi, con il quale condivide la passione per i limmerick, e Chicco Sirianni, per il quale ha recentemente scritto i versi di Navigante e di Neve), fotografi, artisti.
Scrive romanzi (Helter Skelter e Beatles 1967) e diari scolastici: è uno degli artefici di Sottobanco, il diario dalla parte dello studente che contende a Smemoranda il primato di vendite in Italia. «Ma collaboro anche a Birba e Sofia e a Scuola matrigna. Scrivere un diario è un'esperienza interessantissima. Ci si può mettere di tutto, è un contenitore magnifico, dove si possono riciclare materiali, improvvisare, sfogare».
Poi scrive per il teatro (è stato anche attore, diplomato alla Scuola dello Stabile nel 1978) e per la televisione: «Ho addirittura fondato una casa di produzione che definirei condominiale - scherza - anzi, più che una casa è un tinello. Ho prodotto un mio corto che ho portato al Genova Film Festival negli anni scorsi, Da a me riva».

L'universo della scrittura non ha confini per questo genovese eclettico che sogna di scrivere un libro sul '68 beatlesiano: «Sarebbe una buona occasione per andare in India. Mi piacerebbe descrivere l'atmosfera di quel periodo, quando il misticismo aveva portato in riva al Gange i Beach Boys, Mia Farrow appena divorziata da Sinatra e Donovan. Vorrei raccontare la storia dei Magic Bus che da Amsterdam portavano i fricchettoni in India, con gli autisti che, storditi dal fumo ogni tanto sbandavano».

Quella di Orselli per i Beatles è una passione di vecchia data. Dopo una biografia di Pete Best, il batterista bello e sfortunato della formazione di Liverpool, che decise di abbandonare il gruppo alla vigilia del grande successo, Orselli ha recentemente pubblicato per Auditorium Beatles 1967. «È il diario romanzato dei cinque giorni che occorsero per registrare A day in the life, quella che ritengo sia la più bella canzone in assoluto dei Beatles. In studio passarono Donovan, i Rolling Stones e la London Simphony Orchestra. Gli orchestrali rimasero molto stupiti quando gli fu detto che il loro unico compito era di suonare tutte le note del loro strumento in modo da produrre più rumore possibile. Io ipotizzo che tutti questi musicisti seri e composti fossero sotto effetto di allucinogeni, perché c'è nel brano un momento di caos strepitoso davvero meraviglioso». Ma i Fab Four non sono l'unico amore musicale dello scrittore genovese: «Quello che mi piace di loro è che si può raccontare attraverso di loro una sorta di mitologia contemporanea. Ma da ragazzo ero appassionato della musica progressive. All'Alcione, prima che diventasse un cinema porno, ho visto i Genesis nel 1972, i Roxy Music, i Gentle Giant. Poi Vandergraf Generation, Soft Machine, Banco, PFM...».

Un uomo con tante passioni da coltivare, Giampiero Orselli. «La mia vera fortuna è che ho sempre fatto lavori che mi lasciavano molto tempo libero. Attualmente sono alla Berio alla catalogazione Fondo Antico». E pensare di vivere con la scrittura? Non se ne parla neanche: «Nei periodi migliori, con tutto quello che faccio, non riesco a tirare fuori nemmeno uno stipendio. Forse nel mio anno d'oro uno stipendio da bidello, ma niente di sicuro: può anche capitare che scrivi un libro e l'editore non ti paghi...».
 
 
 
 
 
 
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