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Ursula von Rydingsvard è una donna "scolpita". Non ho avuto dubbi, appena l'ho vista, stasera. I suoi lineamenti parlano chiaro. Una donna che va dritta allo scopo. Capace anche di parlare sottovoce, di parlare con gli altri, di comunicare ciò che sente, con le parole e con i gesti. Un carattere che si è formato su radici diverse, come quelle degli alberi che lavora.
Ma le tue radici, considerati il nome e il cognome, non sono americane. Richiamano piuttosto all'Europa. Sì. Mia madre era polacca; mio padre, il cui cognome era Karoliszyn, era ucraino. E io sono nata in Germania, a Deensen, nel 1942. E negli anni '50 vi siete trasferiti negli Stati Uniti. A Plainville, nel Connecticut.
Adesso vivi a New York? Vivo a Manhattan. Che significa rispetto al tuo passato? Significa una differenza tremenda, proprio perché prima ho vissuto in piccole città. Ce ne sono di bellissime sull'Oceano... e questa differenza è la stessa che si prova andando in Europa. Cioè? La radice polacca per me è la più importante, eppure non ho mai vissuto in Polonia, anche se l'ho visitata diverse volte. Mi sento, insomma, polacca. Segui il divenire artistico della Polonia? No, è troppo complicato da così lontano, però gli artisti polacchi che vivono a New York sono molto creativi. Torniamo alle differenze... a quando sei arrivata qui, a Genova. Appunto. Ho provato il grande contrasto che sempre si prova uscendo da Manhattan. Ti trovi nel capoluogo ligure per la prima volta? Oh, sì... a huge contrast... Si tratta di una scala molto diversa, anche psicologicamente. Qui ci sono città umane, fatte per l'uomo, meno dure, softer, più morbide. Che cosa ti ha colpito maggiormente? La luce, il mare e la luce riflessa sul mare, le piccole città in cui passeggiare. Hai visitato la mostra dei Russi a Palazzo Ducale? Sì, mi è piaciuta. Ho visto i primi Kandinski, ma Vrubel soprattutto è stato una scoperta: mi ha parlato del Mediterraneo, del colore, di una società "agitata" dalla luce. Quando hai deciso di fare l'artista, ovvero hai sentito di "essere" un'artista, hai iniziato subito con la scultura? No, sono partita dalla pittura. Ho deciso negli anni '70, alla Columbia University, di fare scultura. Con il legno e solo con il legno, che lasci al naturale? Quasi esclusivamente, anche se qualche volta sono intervenuta sulle superfici con il colore: grigio, argento, ad esempio, ma molto raramente. I tuoi modelli di riferimento? Ho studiato molto Giotto, in Italia. Ma, ancora più importanti, sono per me i villaggi di pescatori della Svezia occidentale, ad esempio. L'architettura "vernacolare". Niente design. Soltanto le necessità delle persone sono in primo piano. E la geografia del luogo. Capisci? Geografia che stride con quella di Manhattan, il posto più artificiale del mondo! Manhattan presenta una superficie dura, che porta a reagire.
E certamente Ursula reagisce. Costruisce sculture che sono masse di legno - cedro e grafite -, alte spesso il doppio della misura umana. Sembrano installazioni di pietra. E lei è unica nel suo stile, come tutti i grandi artisti. Perciò Tiziana Leopizzi di Ellequadro Documenti ha organizzato la sua venuta a Genova.
E il marito, che l'ha accompagnata, il Prof. Paul Greengard, non è da meno di lei. Direttore del Laboratorio di Neuroscienze Cellulari e Molecolari e del Fisher Center for Alzheimer Disease Research presso la prestigiosa Rockefeller University di New York, è stato insignito del Premio Nobel per la Fisiologia e Medicina nel 2000. Ieri ha ricevuto dall'Università di Genova la Laurea Honoris Causa in Medicina e Chirurgia. Se le opere di Ursula sono visibili al Metropolitan Museum e al Whitney Museum di New York e vengono scelte dalla Microsoft per il quartier generale della società, le ricerche di altissimo livello scientifico di Greengard sono volte a chiarire i meccanismi di comunicazione delle cellule nervose e le loro alterazioni nel corso di malattie del sistema nervoso, quali il morbo di Parkinson e l'Alzheimer.
Mentelocale ha voluto festeggiare entrambi, stasera, dopo che, nella Sala delle Letture e Conversazioni Scientifiche di Palazzo Ducale, Ursula ha illustrato la sua ricerca artistica. Alla proiezione di diapositive dei suoi lavori ha fatto seguito un drink. L'evento è stato seguito da molta gente, con la quale la scultrice si è intrattenuta a cena, al ristorante di mentelocale, conversando piacevolmente con tutti.
Se la sua dichiarazione di poetica: «Il modo a me più congeniale per rivivere il mio passato è esaminare gli spazi in cui gli eventi prendono forma» è vera, possiamo pensare che, a questa prima ricognizione sul nostro territorio, farà seguito qualcosa.
Auguriamoci una scultura. Auguriamocela non troppo grande. Per la nostra piccola, umana città.
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