Non posso sapere a quanti, tra coloro che leggono queste righe, sia capitato di frequentare una fumetteria.
Ad alcuni, probabilmente, si dipingerà sul viso un'espressione interrogativa, nel vano tentativo di associare qualcosa a questo nome. Beh, cercherò di dar loro qualche risposta. Sono sorte un po' come funghi negli ultimi anni: inizialmente, come è tipico per le novità, sono spuntate nei maggiori centri urbani, ma presto si sono moltiplicate con una straordinaria rapidità fino a conquistare anche le cittadine di provincia.
Prima non esisteva niente di simile. Gli albi di Dylan Dog o di Tex Willer si compravano allo stesso modo del Secolo XIX, in edicola, al cui titolare non si poteva certo richiedere di saper distinguere tra un Bonelli o un Disney. O peggio ancora per la data di uscita di una testata: era già tanto se, quando pronunciavi il nome del tuo fumetto preferito, non rimaneva a fissarti con sguardo fesso, attendendo che tu gli indicassi con il dito quello che volevi comprare. Se inoltre avevi il disgraziato desiderio di voler recuperare tutti gli arretrati, l'unica alternativa alla spedizione postale era quella di recarsi alle bancarelle, come quelle di piazza Banchi, e sperare di trovare un pezzo mancante della tua collezione, pazienza se spiegazzato o semisepolto tra pile di "Playmen" e "Le ore".
Attualmente, nelle fumetterie, i giovani clienti hanno a disposizione delle persone che sono, prima di tutto, degli appassionati e, più che volgari commercianti, sono praticamente i primi clienti del loro stesso negozio. Non solo sanno sempre di cosa stai parlando e hanno una risposta per tutto, ma spesso si stabilisce un rapporto come tra amici accomunati da una stessa passione. Ciò non spiega, comunque, il motivo di tanto improvviso successo per le fumetterie. Dicevamo che sono sorte come funghi. Ma i funghi non nascono a caso, hanno bisogno di condizioni particolari, come la pioggia, ad esempio.
Esiste un motivo per cui le fumetterie sono nate proprio in questi ultimi anni? Io credo che siano il frutto di quel temporale che scoppiò sul finire degli anni Settanta in Italia, ma che si originò tempo prima in Giappone: i mitici cartoni animati. Esiste una nutrita cerchia di persone che ha passato intere giornate dell'infanzia con la bocca aperta davanti a quelle pellicole colorate, allineando i propri sogni alle avventure di eroi che riempivano le loro menti acerbe con ideali di giustizia e coraggio. Gli anziani di questa setta, al giorno d'oggi, sono dei ragazzotti al limitare dei trent'anni e la loro mente è affollata da tanti interessi, come il lavoro, lo studio, il matrimonio, il sesso, il calcio... Ma qualcosa è rimasto. Per alcuni, questo nucleo di ricordi dorati è come brace sotto la cenere, e divampa solo in certe occasioni: mi capita spesso di vedere amici rievocare, con febbrile esaltazione, le gesta di Goldrake o Lupin, le lapidarie frasi di Daitarn III, le assurdità demenziali di Lamù o Gigi la trottola, oppure di suonare la chitarra ad una festa e di infiammare - mio malgrado- la platea intonando le sigle dei vari cartoni. Per altri, questa passione non ha guardato a compromessi e occupa buona parte del loro tempo libero o addirittura si è sposata con l'attività lavorativa: sono costoro il primo, non certo unico, motivo del successo dei manga (i fumetti giapponesi), e dei relativi luoghi di smercio.
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