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Bobby Soul
 

Blindosbarra, nuovo album in arrivo

 
Chiacchierata con Bobby Soul, voce del gruppo più “nero” di Genova. Il disco nuovo è pronto, uscirà fra un mese
 
   

     
16 marzo 2002
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di
Giulio
Nepi
   
«È un disco blu, non mi chiedere che genere è. So solo che è un disco blu. E anche un po' rosso». A parlare è Alberto Debenedetti, aka Bobby Soul, cantante dei Blindosbarra: il nuovo disco è pronto, finito, «dobbiamo ancora decidere come distribuirlo e trovargli un nome, anche se credo che lo chiameremo Blue Monday People. Direi che nel giro di un mese dovrebbe essere tutto pronto».

I Blindosbarra, nati una decina d'anni fa da un'idea di Vittorio Dellacasa, anima del gruppo e unico "sopravvissuto" della formazione originale, sono il gruppo più "nero" di Genova. Il loro primo album, omonimo, era un'energica miscela di funk, rock, dub ma soprattutto rhythm'n'blues, con testi in genovese, italiano e inglese.
«Il secondo album, La memoria, era invece percorso da sonorità trip-hop», mi spiega Alberto, «ed era prodotto da Ben Young. Un mostro sacro, che ha curato i suoni per Tricky, Casino Royale, Massive Attack e Almamegretta. Io entro a far parte del gruppo poco prima dell'uscita di Funk, il terzo disco». Funk di nome e di fatto, viscerale e potente. E adesso è il turno di Blue Monday People («massì, chiamalo pure così, tanto è quasi certo»).

Tanto per cominciare, qual è la formazione dei Blindosbarra 2002?
«Dunque, io canto, poi c'è Vittorio Dellacasa, che di solito suona il basso ma che in questo album si è dedicato soprattutto ai suoni. Ogni tanto ha affiancato Riccardo Kalb, l'altro bassista, e abbiamo suonato con due bassi. Poi c'è Claudio Mariani alla chitarra, Massimo Tarozzi alla batteria e Marco Pietrasanta al flauto e sax alto. Ci ha dato una mano anche Andrea Zanzottera alle tastiere, come session-man».
Come mai questo lungo silenzio? È un po' che non vi si sente in giro...
«Abbiamo suonato tantissimo, ma in giro per l'Italia, anche all'estero. A Genova negli ultimi due anni abbiamo fatto un solo concerto».
E di questo nuovo album cosa mi dici?
«Beh, è stata una faticaccia. Intanto ce lo siamo autoprodotto: ci siamo chiusi per un mese in una saletta ai Magazzini del Cotone, affittando tutta una serie di strumenti "d'epoca", valvolari, da un collezionista di Cuneo. Avevamo delle idee generiche sui pezzi che abbiamo sviluppato tutti assieme, mi sento di dire che ognuno ci ha messo del suo. Rispetto al disco precedente questo è più "suonato": ci sono ancora dei campionamenti, ma è più sanguigno, più vero rispetto a Funk».
Ed è finito.
«Sì, l'abbiamo finito di mixare a Torino, al Transeuropa. Vorremmo fare un bel concerto di presentazione, a Genova, in maggio. E per l'estate ci auguriamo di tornare sul furgone per andare in tour».
A proposito di Genova, qual è il tuo rapporto musicale con la città?
«Guarda, vorrei evitare di cadere nel solito mugugno. Il pubblico è discretamente competente e non facile da contentare: c'è molta gente che fa musica. Purtroppo ci sono pochi giovani, è una questione anche demografica... il problema è che senza pubblico non campi. I Meganoidi ce la fanno perché sanno comunicare, sono bravi e soprattutto sono simpatici, il che è cosa rara. Il discorso sugli spazi non lo faccio neppure, sappiamo tutti benissimo qual è la situazione...»
Ma il fatto di essere "la città di De Andrè" non crea problemi a chi cerca di fare musica - perdonami l'orrida etichetta - "alternativa"?
«Beh, in effetti se stai qui un po' di malinconia, di spleen, di maccaia, ti viene. Chi suona deve sempre confrontarsi con questi concittadini che sono davvero i sommi artisti della musica italiana: non è sempre facile, è un po' come partire con una zavorra. Io credo che per esorcizzare la malinconia la chiave possa essere il ritmo».

E ritmo ce n'é da vendere nelle dieci tracce di Blue Monday People. Un album - ve lo anticipo - molto bello, molto ben suonato e vario. L'universo di riferimento è quello della musica nera, esplorato in ogni sua piega. Con arrangiamenti curatissimi: campionature ed effetti quanto basta, senza strafare, ritmiche a volte discomusic, coretti in stile Sensasciou. I testi hanno come tema di fondo il «blue monday», cioè il lunedì dopo la sbornia, elevato a status esistenziale: un invito a ripartire, a non illudersi e a lottare. Molti brani hanno larghe parti strumentali, fra elettronica, funk, persino un po' di jazz. E quello che più conta, si ascolta diverse volte senza mai annoiare. Anzi, entra velocemente in testa.
Non ci resta che aspettare ancora un mesetto e scoprire come andrà a finire...
 
 
 
 
 
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