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Ugo Volli: filosofo del linguaggio

 
A Genova per Fuori scena a parlare di Teatro e Mass media. Un'arte vecchia mille anni che usa le nuove tecnologie come strumenti
 
   

     
11 ottobre 2001
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mentelocale di
Laura
Santini
   
ugo volli
Il mio rapporto con il teatro non è molto diverso dal mio rapporto con le donne. Trovo un po' feticista dire: "amo solo quelle che hanno i capelli neri e gli occhi verdi". Chiedo a una persona di essere ricca interessante profonda seducente. Bella, in molti sensi. Non amo il teatro secondo una formula.

Così parlò Ugo Volli, docente di Filosofia del linguaggio e semiologo. Lo incontreremo la prossima settimana al convegno Fuori scena, che si terrà a Genova dal 18 al 20 otobre, dove Volli introdurrà l'argomento della prima giornata: il rapporto tra teatro e altri media. Abbiamo tentato di intervistarlo, ma la sua capacità affabulatoria ci ha sopraffato. Quindi, invece della prima domanda, l'abbiamo lasciato libero. Strategia scontata, che ha dato però ottimi frutti. Leggiamo:

«Il teatro è da sempre un mezzo di comunicazione di massa ed esprime un mezzo di comunicazione di massa. È la prima struttura organizzata, che serve a parlare a tanta gente insieme. Non è vero che è un fenomeno universale, è piuttosto un fenomeno un po' speciale della nostra e di qualche altra cultura. La sua funzione principale è quella di riflessione interna della società, cioè la costruzione di un luogo in cui i problemi importanti di una società vengono rappresentati, in una maniera tale che le diverse possibilità siano presenti. A teatro ci sono diverse voci in cui ognuna si difende al meglio. Il che somiglia molto e, non a caso, alla dialettica della democrazia. Ancora oggi, molto spesso, parliamo di teatrino della politica, in effetti la politica è esattamente il luogo in cui lo scontro tra le parti, violento in linea di principio, diventa presentazione dello scontro. Per esempio, in Parlamento sulle rogatorie c'è stata battaglia simbolica, che ha sostituito una battaglia reale, l'accordo è che noi prendiamo quel teatro lì per vero. Infatti, si parla di rappresentanza politica, mentre nel teatro si parla di rappresentazione.
Gli altri mezzi di comunicazione di massa più recenti non spostano le cose, perché sono diversi e non hanno carattere polifonico. Internet per esempio non c'entra niente con la rappresentazione. Il problema, eventualmente, è rappresentato da cinema e televisione, però la concorrenza con il cinema c'è già stata. La televisione ha preso dei modelli teatrali e li ha digeriti. Ma comunque non esiste sovrapposizione completa. La mia idea è che il teatro abbia ancora degli spazi nella vita culturale contemporanea, nonostante e forse anche grazie alle tecnologie. Il problema è che in questo momento è un po' pigro.»

Cosa si intende per "mutamento" della produzione teatrale? E quando è avvenuto?
Secondo me non è intervenuto un grande mutamento. Alcune cose sono state sostituite dall'elettronica, in termini scenografici: luci, scene, suoni, altoparlanti elementi che sono stati controllati via computer. Altrimenti, direi che il teatro si fa più o meno come si faceva cent'anni fa, che non è tanto diverso da come si faceva mille anni fa. E quindi le tecnologie hanno inciso poco sul teatro e non per togliergli degli spazi. Di certo il teatro non è più l'ambito in cui si raccontano in primo luogo le storie, non è più lo spazio dello spettacolo popolare, com'era cent'anni fa.

Cosa pensa della formula del convegno, la trova sorpassata?
I convegni, quelli buoni, servono per andare al bar con la gente che c'è lì e chiacchierare su altre cose. Si creano dei buoni momenti di incontro e, a volte, conta di più quello che succede intorno. Le tecnologie hanno reso più veloce lo scambio di opinioni, dunque questi sono rimasti momenti un po' cerimoniali. Credo comunque che non sia male avere delle cerimonie culturali: momenti in cui ci si espone insieme a parlare. L'aspetto buono è la rappresentazione della cultura.

Che teatro ama Ugo Volli?
Quello bello. Non mi interessa il teatro fine a se stesso, quello che non ha niente da dire e diventa pratica di un mestiere qualunque. Penso che il teatro non debba essere tanto divertente, conta che sia significativo. Magari poi per esserlo deve anche essere divertente...

Ugo Volli: professore, critico teatrale per La Repubblica, pubblicista culturale per varie riviste, consulente... In quali panni si sente più a suo agio?
Ho una continuità di vita universitaria, che mi fa sentire parte di quell'ambiente, in cui sono entrato molto giovane. Sono a Repubblica dalla fondazione, ma non ho cercato di entrare nel giornale. Sono un universitario imprestato al giornalismo culturale. La mia identità è quella di un filosofo del linguaggio, di un semiologo.

La morte del teatro di fronte ai nuovi media, cosa ne pensa?
I dati dei biglietti danno da molti anni il teatro in lieve espansione. Dappertutto, si sono create occasioni in più, e il radicamento sociale c'è. Trovo che in questo momento, in Italia e in Europa, il teatro sia in equilibrio con la società e cresca.
 
 
 
 
 
 
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