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Dighero a Borgio in versione musical

 
Una funambola, quattro acrobati e musicisti, un mondo strampalato. Sulle note di Paolo Silvestri, Ugo Dighero entra nel circo e narra Benni
 
   

     
12 luglio 2001
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mentelocale di
Laura
Santini
   
Prima della prima.
Sul palco al posto dello spettacolo l'annuncio del vincitore del XXXI Premio Nazionale Veretium destinato all'attore o all'attrice di prosa che nella passata stagione si è maggiormente distinto per impegno di testo e capacità di interpretazione,è stato assegnato quest'anno a Gianrico Tedeschi con la motivazione che segue:

"attore di eccezionale poliedricità, capace in oltre cinquant'anni di presenza scenica di trascorrere dalla pochade alla tragedia, dal teatro del sorriso al teatro dell'impegno, è riuscito a far magicamente rivivere in Minetti, ritratto di un'artista da vecchio di Thomas Bernhard, la personalità del massimo interprete di lingua tedesca del secondo Novecento. Dello stesso Bernhard era stato eccezionale protagonista de "Il riformatore del mondo".
Indimenticabili restano anche le sue recenti interpretazioni del goldoniano Sior Todero Brontolon e di "Le ultime lune di Furio Bordon". Per tutte queste considerazioni la giuria del Veretium si onore di scrivere il suo nome nell'albo d'oro del Premio."


Poi, la prima di La Storia di Onehand Jack.
Ovvero "la storia più strana che ho sentito in questa città puttana", come dice con tono di sfida il narratore e protagonista Ugo Dighero.
E di stranezze in scena ne compaiono a iosa: una donna funambola, un uomo senza testa, una donna in carozzella con gambe e piedi al posto di braccia e mani, un'acrobata sulla corda, l'uomo sui trampoli, l'uomo burattino ... Personaggi da circo, quasi tutti incidentati, malandati o ammalati, che popolano il mondo del ragazzo da una mano sola Onehand Tommaso Jack.
Siamo in un sogno, in un circo o forse, è il caso di dire, dentro la messa in scena di un racconto strampalato, dall'atmosfera vagamente newyorkese, anni '30, con bulli e pupe e tanta musica. Un mondo degradato e decadente, ma familiare, dai colori sfavillanti - versione ridotta di quello di Mahagonny - che tra le tante storie a cui ha dato una casa, ospita oggi anche quella del ragazzo con una mano sola, che riuscì a suonare il sax; "basta crederci".

Al centro del palco Dighero racconta, ma più spesso canta, lancia una battuta o viene coinvolto in numeri da circo da quattro acrobati musicisti con le teste da tori.
È un musical. È un'operetta buffa. È un pout pourri di trovate spettacolari che dal cabaret, al cinema, all'arte contemporanea suggeriscono e rimandano a grandi momenti del Novecento senza concentrarsi su nessuno. La storia e il testo restano un pretesto, a volte banalizzato da battute scontate o barzellette scadute, che fallisce sul versante del contenuto e a tratti riesce persino ad annoiare. Meritevole contrappunto alla parola, la musica, o meglio le musiche che fanno decollare questo improbabile carrillon circense, insieme ad acrobazie di luci sempre puntuali, colori quasi palpabili e costumi da fiaba che evocano un mondo impossibile che tutti però sono in grado di immaginare.
La scena, multiforme citazione dall'arte contemporanea, resta assopita, calpestata e poco sfruttata. Palestra attrezzatissima per acrobati che usano solo il corpo. Peccato per le mucche che sul fondale giacciano in una informe catasta troppo familiare, per non richiamare alla mente le recenti immagini di roghi di bestiame in giro per l'Europa.

Un consiglio e un annuncio.
Il consiglio: il fresco a Verezzi si insinua malizioso e lascia le dita di mani e piedi completamente insensibili. Dunque: no sandali e sì giacche anche pesantuccie.
L'annuncio: le rane in sottofondo - per chi si siede sul muretto sotto al tecnico delle luci - non sono parte dello spettacolo, sebbene vi si introducano con grande disinvoltura e piacere aurale di chi le riesce a cogliere.
 
 
 
 
 
 
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