Questo Festival della Canzone, inteso come spettacolo, non mi è piaciuto. Disorganizzato, noioso, con un meccanismo confuso, in cui ormai vige il televoto, come purtroppo è evidente dai risultati. Dopo la speranza nella vittoria della musica dello scorso anno, siamo tornati al dominio da parte dei talent show. Riguardo al podio la nota positiva è che sono arrivate in finale tre giovani, nessuna cariatide autoreplicante. Quella negativa è che sono tutte, almeno in questa occasione, solo interpreti: se vengono a mancare buoni autori, le risorse finiscono.
Emma – Non è l'inferno
Armiamoci di buona fede, e immaginiamo che gli autori (di cui Emma, durante la premiazione non ricordava i nomi...) abbiano scritto questo testo sinceramente ispirati dalla musa della crisi e da una certa dose di patriottismo. E non partiamo dal pregiudizio che il pensiero di un anziano padre di famiglia sia, per principio, improbabile se interpretato da una ragazza. Pur con queste attenuanti, i versi risultano retorici, poco poetici e quasi cacofonici. La musica melodrammatica nella strofa, ridondante nel ritornello. Emma è piuttosto intonata, ma esagerata nella mimica e per metà dell'esecuzione, urla sguaiatamente. 4,5
Arisa – La notte
La migliore del Festival. Sembra che al cambio di immagine corrisponda un'evoluzione più complessa: la voce smorza gli aspetti più cinguettanti e anacronistici, mantenendo l'intonazione perfetta. È sobria ma sensibile, ed interpreta al meglio un brano che, pur non spiccando per originalità o modernità, è toccante. Alcuni bei passaggi del testo compensano il tono di sottesa autocommiserazione. 8,5
Noemi – Sono solo parole
Più che Noemi che canta un brano di Fabrizio Moro, sembra che sia posseduta dall'autore: ha le stesse pause, strascica le parole e, soprattutto nelle prime performance, è più roca e mascolina che mai. Il testo non ha nulla di straordinario, la musica è ripetitiva, e ricorda davvero troppo la precedente produzione di Moro. Sera dopo sera, l'interpretazione migliora, l'effetto tormentone agisce, e si lascia ascoltare. 6
Samuele Bersani – Un pallone
Ricordando i brividi, immediati, per Replay, sua precedente partecipazione sanremese, e amando tutta la sua produzione, al primo ascolto sono rimasta leggermente delusa. Era prevedibile, trattandosi di un registro completamente diverso, ma forse anche l'esecuzione non perfetta (l'influenza ha colpito) ha inficiato l'emozione immediata. Poi però il testo, che è godibilissimo alla lettura, ti entra nelle orecchie, la musica ti piace sempre di più, e, tempo un paio di giorni, l'indice di gradimento sale. 7,5
Pierdavide Carone e Lucio Dalla – Nanì
Di Pierdavide Carone
ho ascoltato poco: qualcosa di molto valido (in apertura del concerto
di Battiato) e qualcosa di terribile (ricordate la canzone vincitrice
del festival 2010, di Valerio Scanu?). Qui siamo su una via di mezzo.
Melodia noiosa, che non attira l'attenzione neppure nel ritornello,
interpretazione dignitosa ma non entusiasmante, testo di cui non si
sentiva la mancanza. Se pensiamo a Bocca di rosa e altre sul tema, è
come confrontare una stessa storia raccontata da un film d'autore e da
una fiction. In tutto ciò Dalla più che discreto è stato mimetico: era
come se non ci fosse. 5
Chiara Civello – Al posto del mondo
La vogliamo piantare di infilare nel cast di Sanremo allo sbaraglio
artisti italiani, noti all'estero, ma sconosciuti a gran parte del
pubblico nazionale? Non avrebbe più senso promuoverli un po' e dopo,
semmai, portarli al Festival? Detto ciò, non ho trovato nulla di
notevole né nella canzone, né nell'esecuzione, per quanto tecnicamente
corretta. E il duetto a dir poco imbarazzante con Shaggy ha peggiorato
ulteriormente la situazione. Dimenticabile. 5
Gigi D'Alessio e
Loredana Bertè – Respirare
L'accoppiata è talmente paradossale,
spiazzante a priori, che, quando poi lo ascolti, pronto al peggio, quasi
ti piace. Ho scritto quasi, eh. D'alessio fa (purtroppo) D'Alessio (il
look finto giovane non lo salva), la Bertè fa la Bertè e il brano, con
una strofa dalla banalità imbarazzante, si apre in un ritornello che più
radiofonico non si può. Agghiacciante la versione da discoteca, in
playback, con Fargetta. Piacevolmente sorpresa di non vederli sul podio,
li ringrazio concedendo la sufficienza. Ma a patto che questo duetto
rimanga un episodio isolato, per carità. 6
Dolcenera – Ci vediamo
a casa
Questo brano di buono ha il titolo, l'idea di base e poco
altro. Il testo, anziché trattare, come da premessa, della precarietà
della vita dei giovani, accenna solo. Chi vuole, può cogliere il
riferimento. Tutti gli altri rimangono solo rintronati da una musica
molto pop, molto radiofonica e urlata.
Un'occasione persa. 5,5
Eugenio Finardi – E tu lo chiami Dio
La giovane Roberta di Lorenzo ha scritto il pezzo, lo ha presentato. E
la direzione artistica ha voluto che a cantarlo fosse il suo padrino
Finardi. E questa vicenda mi indispettisce non poco. Il tema è
interessante, il testo ben scritto, la musica invece, dopo i primi
ascolti, diventa pesante. L'interpretazione è ben fatta, ma l'insieme
delude le aspettative. 6
Irene Fornaciari - Grande mistero
Testo
confuso, musica gradevole e, fenomeno raro in questo Sanremo, un po'
allegra, ma al di sotto degli standard di Van De Sfroos. Dispiace,
perché sia l'interprete che l'autore hanno fatto buone cose, prima. Da
questo connubio, mi sarei aspettata di più. 6
Marlene Kuntz –
Canzone per un figlio
Quest'anno è toccato a loro il compito di dare al
pubblico festivaliero un'idea di cos'è la musica vera, quella dei
concerti in giro per l'Italia. A onor del vero questa non si tratta
della loro opera migliore, è un bel brano, ma impiega un po' ad arrivare. Però ha il valore aggiunto di averci regalato la
partecipazione di Patti Smith, che non è poco. 7
Matia Bazar –
Sei tu
Quanto tempo è che i Matia Bazar non pubblicano qualcosa di
valido? Per come la vedo io, almeno dai tempi di Laura Valente, se non
da quelli di Antonella Ruggiero. Massimo rispetto per i Matia che
furono, ma ormai è rimasto poco. Canzone inutile per un complesso che
dovrebbe andare in pensione, o girare per le sagre ad eseguire i loro
grandi successi. Chissà perché è tornata Silvia Mezzanotte,
evidentemente non ha trovato null'altro di meglio. 4
Francesco
Renga – La tua bellezza
Il suo piazzamento neanche tra le prime sei
posizioni mi ha stupita. Perché questa canzone non ha niente di meno
rispetto ad altre sue, incluse quelle già portate su questo palco.
Musica efficace, testo con dei bei passaggi, la meravigliosa voce di
sempre. Cosa non ha funzionato, dunque? Forse solo il fatto che stavolta
il pubblico ha premiato qualche (relativamente) nuova leva. 6,5
Nina
Zilli – Per sempre
Ha iniziato a stufare. Cambia solo marcia, a
seconda dei casi pezzo ritmato o lentone, come in questo caso, ma è
sempre la stessa zuppa. È troppo atteggiata, anche nella voce, e le
movenze e lo stile non bastano a sopperire un testo vuoto. Senza infamia
e senza lode. 5,5
GIOVANI
Alessandro
Casillo – È vero
Quindicenne di provenienza televisiva, neppure con
una gran voce (ma mi baso solo sulle performance sanremesi, perché non
ho mai avuto il dispiacere di seguire Io canto), e che interpreta un
brano orribile. Insulsa la musica, inconsistente il testo: dobbiamo
ringraziare i fratelli Bassi che, forse brilli dopo i bagordi di qualche
festa di famiglia, hanno scritto questo obbrobrio. Qualche mia
studentessa ha notato che il ragazzetto è belloccio, anche dal lato B.
In virtù della constatazione che può vantare almeno un pregio, evito un
crudele 3 e gli regalo un 4.
Erica Mou - Nella vasca da bagno del tempo
Ha deluso le mie
aspettative. Immaginavo che avesse maggiore personalità, invece il buon
testo non è sorretto da una musica adeguata (decisamente già sentita) e
l'interpretazione risulta troppo calibrata e trasmette poco. Alla
prossima occasione, perché penso che ci siano potenzialità non ancora
espresse. 6,5
Iohosemprevoglia - Incredibile
L'impatto della
band non è particolarmente originale, ma la canzone è gradevole fin dal
primo ascolto. Probabilmente non cambierà la storia della musica, ma
rispetto a cosa ci è stato propinato anche gli altri anni... 6,5
Marco
Guazzone - Guasto
Il migliore della categoria. Evoca Muse e Coldplay,
con un brano che ha una sua peculiarità e che, fin dal titolo,
incuriosisce. Voce non grandiosa, ma piacevole. Speriamo che continui,
con proposte variegate. 7
Giulia Anania – La mail che non ti ho
scritto
Se, oltre alla mail, avesse evitato (con due complici) di
scrivere anche il brano, sarebbe stato un bene. Testo che oscilla tra lo
Zecchino d'oro e il finto esistenziale, musica tanto inutile da essere
fastidiosa e una delle interpretazioni più canine degli ultimi festival.
Durante l'esecuzione, mi è venuta spontanea la rima Anania, vattene
via. Peggio di Casillo, non so se mi spiego. 3
Giordana Angi –
Incognita poesia
Se, come ha affermato in un'intervista, il testo
rappresenta la sua essenza, siamo messi bene. Un'accozzaglia, una
sorta di cut-up dal dizionario, forse con un intento impressionista?
Sostiene con sicumera di ispirarsi a Baudelaire, che si sta
proverbialmente rigirando nella tomba. I miei commenti però si basano
sulla lettura del testo, perché, quando lo si ascolta cantato, è
difficile decifrare le parole: una brutta copia della Patty Pravo dei
momenti meno lucidi. Musica quasi inesistente. 4
Bidiel – Sono un
errore
Questa produzione della prole di Luca Madonia (uno dei figli è
il frontman, l'altro ha collaborato alla composizione) ha un certo
appeal, idee accattivanti nei versi, ma la musica è ancora troppo
ancorata a modelli britannici. Attendiamo, ottimisti, sviluppi. 6
Celeste
Gaia – Carlo
Avrebbe meritato la finale. Il testo ha qualche buona
trovata, e l'idea di base è carina, la musica è ripetitiva, ma funziona.
Interpretazione discreta. 6,5