Il processo di laica santificazione avviatosi con la sua morte potrebbe subire una brusca battuta d'arresto: stando a un rapporto del Fbi reso pubblico oggi, Steve Jobs sarebbe stato un drogato disonesto attaccato al denaro.
Tutti tratti distintivi del genio della Apple già resi noti dalla biografia pubblicata immediatamente dopo la sua scomparsa, lo scorso 5 ottobre, ma che messi nero su bianco in un rapporto federale, lontano dall'agiografia, fanno comunque una certa impressione.
Non a caso il New York Magazine ha definito il documento segreto - immediatamente bollato come «offensivo» dalla casa di Cupertino - molto più divertente della biografia ufficiale. E ne ha motivo: dalle 191 pagine del dossier riservato «Steven Paul Jobs», in gran parte costruito sulle testimonianze dell'entourage e degli amici dell'informatico, emerge il ritratto di un manager geniale dedito al consumo di stupefacenti, in particolare lsd - iniziato nei primi anni Settanta, ma mai abbandonato con certezza - tirchio con i parenti e «pronto a distorcere la verità per raggiungere i propri obiettivi».
Insomma, «una condotta morale discutibile», come l'ha definita nel rapporto un anonimo ex amico, che se accomuna Jobs a tanta parte dei manager rampanti un po' Gordon Gekko, per cui «L'avidità è buona», ha il pregio di togliere all'uomo-brand di Cupertino quell'aura mistica che l'ha accompagnato da fine anni Novanta, dal rilancio della sua azienda tra iPod, iPad e strategie di marketing che hanno segnato un'epoca.
Il Federal Bureau of Investigation ha iniziato a studiare Jobs nel 1985, quando il fondatore di Apple fu vittima di un mitomane che lo minacciò di morte. Da allora, l'osservazione del Fbi non si è mai fermata, stimolata anche dall'atteggiamento spocchioso e ostruzionistico di Jobs nei confronti degli agenti governativi: «Non posso perdere neanche un'ora del mio tempo per parlare con voi: ho troppi impegni», rispondeva il manager alle richieste del Bureau. Che si convinse allora che il passato di Jobs nascondesse molte zone grigie.
Le indagini del Fbi presero le mosse dai molti pettegolezzi che circolavano sulla vita privata dell'informatico e si intensificarono nei primi anni Novanta, quando nel 1991 il presidente George Bush senior pensò di affidare a Jobs un incarico governativo, del quale non se ne fece poi nulla: man mano che venivano verificati i racconti di amici e collaboratori, il file riservato si ingrossava di particolari scomodi e pruriginosi. Tra questi, il mancato riconoscimento e mantenimento della figlia Lisa, nata nel 1978 fuori dal matrimonio e costretta a vivere con i sussidi statali.
Da tutta questa storia emerge - se ce ne fosse ancora bisogno - un'ulteriore conferma: la caccia alle streghe non si è esaurita con la parabola del senatore McCarthy.