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Giorno della Memoria 2012: dalla Shoah, al ricordo

 
Una riflessione sul pensiero di Arendt e Calogero. Dalla 'Banalità del male' alla distorsione dell'etica. Dalla nostra community
 
   

     
27 gennaio 2012
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di Giorgio Boratto
   

Dalla nostra community una riflessione in occasione del Giorno della Memoria, 27 gennaio 2012 (qui tutti gli appuntamenti in Liguria).

La Shoah, voce biblica che indica catastrofe e disastro, è stata usata per  indicare lo sterminio nazista degli ebrei; il genocidio, l'olocausto.
la Shoah, si formulò legalmente in tre tappe fondamentali: le leggi di Norimberga del 1935; le leggi sull’emigrazione forzata degli ebrei dal territorio tedesco verso i ghetti nella Polonia occupata nel 1939 e la Conferenza di Wannsee del 1942.
Questi tre eventi furono scanditi da una serie di provvedimenti burocratici che, di fatto, permettevano a qualsiasi persona non ebrea di commettere crimini contro un suo simile pur continuando a considerarsi un buon cittadino, perfino degno di encomio da parte dello Stato.

Una privazione della libertà personale che porta a una deriva della responsabilità personale: può una legge legittimarci a uccidere il prossimo perché qualcun altro - il legislatore- lo considera nostro nemico?
Se si affermasse un'opposta etica di responsabilità personale, che non potrà mai essere separata dal nostro essere, otterremo un grande risultato: mai più guerre, mai più Shoah.
A ribadire con forza questo assunto ci sono due filosofi del secolo scorso: Guido Calogero e Hannah Arendt.

Il pensiero del filosofo italiano Guido Calogero, che potrebbe a mio avviso essere complementare a quello della tedesca Hannah Arendt, per quanto riguarda la filosofia etica e politica, è attualissima e si basa sul fatto che nessuno può evadere dalla propria responsabilità: non c'è ordine gerarchico, autorità esterna o potere costituito che possa privarci dal nostro essere.
«Ognuno è calato nel proprio Io da cui è impossibile evadere: la necessità radicale del mio essere è quella che io non posso mai non essere io». Ancora: «Ogni valutazione è autonoma, compiendosi nella sfera di quella presenza soggettiva, che non può mai risolversi in nulla d'altro. Sono io che valuto, io che approvo e disapprovo, e che di conseguenza decido». (G. Calogero, Etica, Giuridica)

Sulla stessa onda di pensiero Hannah Arendt arrivò alla conclusione che il male commesso dall'essere umano, non fosse altro che l'abbandono della responsabilità personale e civile: il perno della banalità del male.
Hannah Arendt seguendo nel 1961 il processo ad Adolf Eichmann, come corrispondente del The New Yorker, scrisse un resoconto che intitolò appunto La banalità del male. Adolf Eichmann con il suo fare mite e il suo celarsi dietro al fatto di essere solamente un esecutore di ordini che venivano dall'alto, diventava l'emblema della banalità.
«I giudici non l'avevano capito - scrive Arendt - lui non aveva mai odiato gli ebrei, non aveva mai voluto lo sterminio di esseri umani. La sua colpa veniva dall'obbedienza, che è sempre stata esaltata come una virtù. Di questa sua virtù i capi nazisti avevano abusato, ma lui non aveva mai fatto parte della cricca al potere, era una vittima, e solo i capi meritavano di essere puniti. Lui era un onesto e bravo cittadino».

Ecco la responsabilità di quanto successe e potrà ancora succedere è l'obnubilamento del nostro essere in un sentire altro. Il popolo tedesco potè tanto per quel male, poiché credette di demandare a qualcosa e qualcun altro la responsabilità di ognuno.   

 
 
 
 
 
 
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