L'isola che non c'è è l'ultima puntata del nostro viaggio nel villaggio Glbt (gay, lesbo, bisex, transex) che ha organizzato il Gay Pride di sabato scorso (30 giugno) e i dibattiti in corso questa settimana (prima di luglio). L'isola che non c'è è un'associazione gay-lesbica nata nel '96. Abbiamo intervistato il responsabile Stefano Peloso, 22 anni, che sta studiando per diventare web designer.
"Siamo un punto di riferimento soprattutto per i giovani tra i 18 e i 20 anni, che stanno magari cominciando ad accettare il fatto di essere gay e non sanno da che parte cominciare", dice Stefano. "Non vogliamo perciò sostituirci agli psicologi o avere la pretesa di insegnare un cammino. E' proprio nel confronto e nell'incontro che la persona poco alla volta si accetta. E' un percorso soggettivo, che per alcuni dura mesi, per altri anni. Il ritrovarsi aiuta molto a capire e capirsi. Molto dipende anche dalla famiglia perché è lì che succedono le tragedie peggiori e a volte ci sono i pregiudizi più terribili".
L'associazione ha un sito (utenti.tripod.it/isola) e attraverso le mail e il telefono è anche una linea di conforto e consultazione. "Molti ci chiedono informazioni e consigli per poter dichiarare la loro omosesssualità agli amici e alla famiglia. Arrivano anche diversi sos sull'Aids e pensiamo che sia importante", dice Stefano, "perché spesso il pericolo della diffusione viene vissuto in modo superficiale e invece è importante una campagna tra i giovani per la prevenzione e l'uso del preservativo".
L'Isola che non c'è ha anche un'anima lesbica, c'è infatti una ragazza, Sabrina, che risponde agli interrogativi femminili, "ci sembra importante", sottolinea Stefano, "che chi ci contatta possa parlare con una donna, anche perché spesso il mondo lesbo soffre già una certa invisibilità. Quando si parla di omosessualità si pensa quasi sempre a quella maschile. Invece è importante trovare una voce amica".
Gli chiedo se come sostengono alcuni andare in locali gay, saune eccetera, spesso non rappresenta nessuna presa di coscienza. "Un locale è un locale", risponde Stefano, "L'etero va in disco per divertirsi e lo stesso succede per il mondo gay. Il problema è che spesso alcuni tendono a vestire la sessualità solo al sabato, mentre il resto della settimana fanno finta di essere etereosessuali. Bisogna piuttosto ricostruire dei luoghi di aggregazione che siano anche crescita. Ad esempio sarebbe importante lavorare sulla scuola, parlare agli studenti perché la scuola è il posto dove si forma la coscienza del singolo e dove passiamo più tempo. La scuola dovrebbe essere un elemento fondamentale per la formazione perché è tra i più piccoli che nascono le discriminazioni più forti verso gli omosessuali."
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