mentelocale Ultimo aggiornamento Giovedì 24 maggio - 22.34
quotidiano on line di cultura e tempo libero
mentelocale mentelocale SPETTACOLI mentelocale CULTURA mentelocale SOCIETA' & TENDENZE mentelocale TEMPO LIBERO mentelocale BERE E MANGIARE mentelocale   mentelocale AREA UTENTI mentelocale
mentelocale mentelocale mentelocale mentelocale mentelocale mentelocale mentelocale mentelocale mentelocale mentelocale
mentelocale  
mentelocale
 
 Milano        Genova        Savona
 La Spezia
 Imperia
      
 
 
 
rss
 
 
mentelocale  
mentelocale  
 
Cultura
detective-fumo
 

Bruno Morchio ricorda Giorgio Scerbanenco

 
Il papà di Bacci Pagano e il rivoluzionario del noir italiano. Era nato in Russia cent'anni fa. «Nei suoi romanzi si cerca molto più di un semplice assassino»
 
   

     
29 novembre 2011
Stampa Invia amico
 
di Bruno Morchio
   
 
Giorgio Scerbanenco nasce a Kiev il 28 luglio 1911, da madre italiana e padre ucraino. Trasferitosi piccolissimo in Italia, prima a Roma e poi a Milano, è noto per il successo riscosso dai suoi romanzi di genere, capaci di spaziare dal poliziesco al rosa. Grazie alla fortunata distribuzione da parte delle maggiori case editrici, a partire dagli anni Quaranta diventa uno degli autori di punta nella serie dei gialli Mondadori. Tra i suoi noir di maggior successo, il poker di romanzi con protagonista Duca Lamberti che si apre con Venere privata (1966).
La morte arriva improvvisa nel 1969, quando Scerbanenco era all'apice del successo.

Bruno Morchio (Genova, 1954) vive e lavora a Genova come psicologo e psicoterapeuta. Si è laureato in letteratura italiana con una tesi sulla Cognizione del dolore di Gadda. Ha pubblicato vari articoli su riviste di letteratura, psicologia e psicoanalisi.
Tra i romanzi che hanno per protagonista il detective Bacci Pagano, Bacci Pagano. Una storia da carruggi; Maccaia. Una settimana con Bacci Pagano e La crêuza degli ulivi. Le donne di Bacci Pagano.

Si compie quest’anno il centesimo anniversario della nascita di Giorgio Scerbanenco. Questo autore è oggi considerato a buon diritto un classico e, come tutti i classici, leggendo i suoi romanzi  non si fatica a riconoscere in lui un precursore. Tra il 1966 e il ‘69 scrive i primi quattro grandi romanzi noir italiani, che hanno per protagonista il medico-investigatore Duca Lamberti.
Lo fa con oltre 25 anni di anticipo sugli autori di un filone letterario che negli anni Ottanta e Novanta conoscerà un successo straordinario che dura tuttora, nell’Europa mediterranea e del nord e negli Stati Uniti.
Per molti versi il noir nasce da una costola del poliziesco anglosassone, inaugurato da E.A. Poe nel 1841 con I delitti della rue Morgue. La struttura narrativa di indagine viene conservata, ma qualcosa di sostanziale viene stravolto.

Il poliziesco è universalmente considerato un genere letterario. Lo stesso si può dire del noir?
La mia opinione è che con il noir, pur conservandosi la struttura di indagine, la gabbia del genere vada irrimediabilmente in pezzi.
Se pensiamo al grande romanzo dell’Otto e Novecento, possiamo affermare che motore della struttura narrativa è la ricerca della verità. Tale ricerca si declina, fondamentalmente, come esplorazione (e disvelamento) delle relazioni che legano gli uomini tra loro e ricerca dell’identità.
La domanda che gli scrittori pongono al lettore è: chi sono Eugenie Grandet, Ivan Karamazov, Emma Bovary, il Signor K, Leopold Bloom?
È noto che l’epilogo (tragico) di tutto ciò sarà una (tragica) capitolazione.
Con il Novecento matura la convinzione che non c’è nessuna verità da scoprire (Aspettando Godot di Samuel Beckett) o ce ne sono una, nessuna e centomila, tutte di eguale valore (Pirandello).

Il giallo anglosassone aveva mete meno ambiziose: quanto a ricerca dell’identità si limitava a chiedersi: chi è l’assassino? In quei romanzi, pur così seducenti, è andata perduta la dolorosa consapevolezza che animava il grande romanzo otto-novecentesco: la rottura del nesso tra Verità e Giustizia. In Poe, Conan Doyle e Agatha Christie non allignano dubbi sul fatto che ci sia una Verità, comprovabile e univoca, reperibile per via razionale, trovata la quale si affermerà di conseguenza la Giustizia. L’effetto sul pubblico è rassicurante e consolatorio.
Tale rottura torna a consumarsi nel noir, con un primo corollario imbarazzante: a quale scopo ricercare la Verità se ad essa non si accompagnerà la Giustizia? (Dostoevskij formula il quesito nei termini: se Dio non esiste, che cosa ci trattiene dall’uccidere?)
Eppure la ricerca della verità è il cardine formale, strutturale (prima ancora che contenutistico) su cui si impernia qualunque romanzo di indagine. Ma tale ricerca non si concentra sul come, quando e dove (caratteristiche del giallo anglosassone e delle trasmissioni tv stile Avetrana), ma sul perché si perpetra un crimine.

Il secondo, doloroso corollario del divorzio Verità/Giustizia è che non esistono più verità innocenti.
Manuel Vázquez Montalbán ci ricorda che nessuna azione sociale, compresa quella di indagine, può proclamarsi innocente.
Che si tratti di uno sbirro o di un detective privato, colui che avvia un’indagine deve sempre domandarsi: per chi sto lavorando? Quali interessi sto tutelando? Chi si avvantaggerà della verità che mi accingo a scoprire?
Quando il contratto è con lo Stato la faccenda è piuttosto complicata (come dimostrano le vicende del G8 di Genova). Quando committente è un privato, la natura dell’incarico è la prima cosa da analizzare.
Con quanta amarezza Duca Lamberti, e perfino il ruvido commissario Carrua, raccolgono la confessione della giovane americana, Susanna Paany, in Traditori di tutti, consapevoli fino in fondo che la giustizia dei tribunali non può coincidere con quella inscritta nella loro coscienza.
Ne Gli uccelli di Bangkok, Pepe Carvalho infila una mano fra le cosce di una giovane donna che sta per confessare un omicidio. Lo fa per impedirle di parlare. Ha già intuito la verità, ma non vuole che essa venga alla luce.
Scerbanenco, come più tardi Montalbán, sembrano dirci che la verità, lungi dall’essere catartica, dal riscattare il male, è sporca, e talvolta produce essa stessa male. E tuttavia senza ricerca della verità non vi sarebbe romanzo né scrittura. Occorre dunque cercare una motivazione superiore che giustifichi l’inesorabilità della ricerca di qualcosa in sé inutilizzabile o dannoso.
Se guardiamo al grande noir europeo e americano, incontriamo questa costellazione in una infinità di casi.

Duca Lamberti, a dispetto della propria inflessibilità, avverte con dolore l’inanità del procedimento d’indagine: la scoperta dei colpevoli non restituisce né pace né giustizia alle vittime. La verità è scolpita nel volto sfigurato di Livia Ussaro.
La denuncia della collusione tra mafia ed economia legale contenuta nei file dell’amica Babette porterà Fabio Montale e la stessa Babette alla morte. Solea di Izzo è uno straordinario esempio di strenua lotta destinata a infrangersi contro il muro impenetrabile del potere.
In American tabloid James Ellroy pone la perdita dell’innocenza quale premessa di un pezzo di storia del suo Paese.
I protagonisti di Soldados di González Ledesma vanno incontro al loro destino di distruzione con la lucidità di automi il cui programma sembra scritto dalle leggi della Storia.
Lo stesso può dirsi dei romanzi dello scrittore algerino Yasmina Khadra (Morituri, L’attentarice, Le rondini di Kabul).
Non diversa è la cifra dei migliori romanzi noir italiani contemporanei, da De Cataldo a Fois a Carlotto.

Dunque perché ostinarsi a cercare la verità?
Esiste una motivazione sovraordinata che spinge autori, lettori e personaggi a ricercare inesorabilmente una verità che - come la povertà ricordata da Dante nel Canto XI del Paradiso – è così brutta che nessuno vuole sposarla.
Tornando a Gli uccelli di Bangkok, risulta evidente che Pepe Carvalho è profondamente implicato nell’indagine che sta svolgendo. Il detective aveva incontrato la vittima in un supermercato e ne era rimasto affascinato. Anche l’esistenza squallida, priva di luce, della giovane assassina lo turba in profondità. Questo vale a maggior ragione per Duca Lamberti, legato da un profondo senso di colpa a Livia Ussaro, la donna-esca di Venere privata, e al giovane alcolista che all’inizio del romanzo è chiamato a guarire. L’omicidio, il crimine li toccano entrambi personalmente. Questo rende il rapporto con la verità contrastato e complesso. Motore dell’indagine è il dolore che nasce da una identificazione multipla, con la vittima e talvolta con l’assassino (si pensi, ancora, a I ragazzi del massacro di Scerbanenco). Non si tratta di una identificazione neutrale, ma carica di sofferenza. La letteratura noir ci ricorda che la verità è scomoda e portarla alla luce provoca sofferenza.

Nell’introduzione all’edizione Garzanti di Venere privata, Luca Doninelli osserva giustamente che nei romanzi di Scerbanenco c’è un riferimento quasi ossessivo al commercio del corpo femminile (anche in questo l’autore sembra avere precorso i tempi). Egli assume il mercimonio come crimine paradigmatico di una società dove tutto si misura con il metro del denaro: se si può commerciare in carne umana, si può comperare e vendere qualsiasi cosa. Non a caso Duca Lamberti è un medico (radiato dall’Ordine per avere praticato un’eutanasia): il medico si occupa dei corpi, il luogo dove si consuma la sofferenza umana. E da qui muove la indefettibile opera investigativa. I danni inferti sulla carne viva delle persone. Non c’è nessuna società da curare né alcun ordine da ripristinare

E proprio questa sofferenza, questa viva permeabilità al dolore - che talvolta diventa pietas umana - resta l’ultima ragione per attraversare i territori crimine.
I protagonisti del noir non indagano per instaurare una impossibile Giustizia, né per salvare il mondo e neppure per amore della conoscenza, come accadeva a Ulisse. L’archetipo rimane Edipo, la cui ricerca della luce porta all’accecamento. L’indagine non ha altro scopo che restituire dignità alla vittima (e talvolta anche all’assassino), ricostruendone la storia e l’identità. Restituendole sulla pagina quel senso che il destino gli ha rubato.
Scrive Scerbanenco in Venere privata: «Raccontare la vita di un uomo non è forse una preghiera?»

 
 
 
 
 
 
Stampa Stampa
Invia amico Invia
mobile  Preferiti
Giorgio-scerbanenco
Giorgio Scerbanenco
 
   
Articoli correlati
 
Bruno Morchio
Bruno Morchio: «Bacci Pagano addio? Non ci penso neanche»
24.03.11
Bruno_Morchio
Bruno Morchio: «ecco 'Colpi di Coda'»
28.10.10
24.04.07
Bruno Morchio e i suoi (pochi) inediti
20.09.07
Bruno Morchio: io e Bacci Pagano
19.10.07
Morchio: Le cose che non ti ho detto
 




acquista con IBS.it  Acquista on-line Venere Privata
di Giorgio Scerbanenco su IBS.it

   


 

Oggi in home page
  Vasco Rossi: «Torno tra sei mesi sei»  
  883, vent'anni dopo di nuovo insieme?  
  Di Caprio dannato nel 'Grande Gatsby'  
  «Everybody dies», pure il Dr House  
  21 .12.2012. La fine è l'inizio. Per l'arte  
 
 
 
L'occasione della settimana
 
Pino Daniele  
Pino Daniele
Genova, Teatro Carlo Felice
lunedì 28 maggio 2012
28,50 €
 
mentelocale
 
Cavalleria Rusticana/Che fine ha fatto la piccola Irene
Genova, Teatro Carlo Felice
18 mag. - 31 mag.
da 0,42€
mentelocale
mentelocale
L'Adalgisa
Milano, Teatro Out Off
10 mag. - 03 giu.
da 19,50€
mentelocale
mentelocale
Assaggi di stagione
Roma, Teatro de' Servi
06 giu. - 07 giu.
da 5,00€
mentelocale
mentelocale
Generali a merenda
Genova, Sala Govi
26 mag. - 10 giu.
da 12,00€
mentelocale
mentelocale
vedi altro su happyticket
 
 
 
 
 
 
mentelocale

Fai di mentelocale.it la tua homepage
mentelocale
 
contatti

Redazione
Pubblicità
Amministrazione
Dove siamo
Lavora con noi
 
condizioni d'uso

Riproduzione contenuti
Contribuisci
Marchi registrati
Testata registrata
Credits
 
registrati

Iscrizione
Privacy
Condizioni generali
FAQ
 
newsletter

Eventi
Cinema
Food
Happyticket
 
segui mentelocale

RSS
Facebook
Youtube
Blip.tv
Twitter
 
network

m-cafe.it
happyticket.it
genovateatro.it
teatripermilano.it
 
  Direttore responsabile Laura Guglielmi - Testata giornalistica registrata, tribunale di Genova nr. 16/2005 del 16 07 2007.
Copyright © Mentelocale 2000-2012 P.IVA 03881480101
 
 
Creative Commons License