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Sanremo: Benigni mantiene la promessa fatta a Morandi

 
Qualche battutaccia sul premier, da Ruby a Mubarak. Ma poi si concentra sull'Inno di Mameli. Finisce cantandolo commosso e sudato
 
   

     
17 febbraio 2011
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mentelocale di
Laura
Guglielmi
   

Benigni farà la battutaccia? Farà tremare l’Ariston e l’Italia tutta? Neanche i terremoti fanno più tremare l’Italia. Figuriamoci Benigni.
Ha promesso a Gianni che parlerà solo dell’inno di Mameli, in pochi ci credono. In molti sperano non la mantenga quella promessa.

Entra in scena dopo Vecchioni il guitto toscano: «Qualcosa di straordinario» - lo introduce Gianni Morandi – «Signori e signori, un evento unico, irripetibile». Entra in scena a cavallo Roberto Benigni, sventolando la bandiera tricolore: «È un periodo che ai cavalieri non gli dice bene», dice scendendo da cavallo. Prima battutina del nostro, anche se con la freccia un po’ spuntata. Arriva la seconda sulla flemma di Bersani. Par condicio rispettata.
Ancora non si sa se manterrà la promessa e se parlerà ESCLUSIVAMENTE dell’inno di Mameli. «Tutto il mondo ci ride dietro», ecco forse adesso, ma il botto non arriva.
 
«Dov’è la vittoria?», se le riprende con il Pd, che la sta cercando e non la trova. E poi inizia un piccolo tormentone sull’Italia minorenne, una nazione che ha solo 150 anni, ogni allusione non è puramente casuale. «Glielo avevo promesso a Gianni ma non ce la faccio». Non gliela fa a parlare solo dell’inno di Mameli, ma ne parlerà, ci si comincia a chiedere. «Sta storia delle minorenni è nata a Sanremo, con la Cinquetti, Non ho l’età per amare, si era spacciata per la nipote di Claudio Villa», per ora il botto antipremier non c’è ancora.

«Ruby Rubacuori, Silvio, uno cambia canale se la trasmissione non gli piace. Già, non puoi, di là su Raidue c’è Santoro, stasera è una serataccia, ti dice male» – ci siamo – «Tutto sto tempo perso per sapere se Ruby è la nipote di Mubarak, basta andare in Egitto all’anagrafe e chiedere». Nelle prime poltrone, tra le autorità, c’è qualche faccia scura.
«Ci sono due persone che telefonano continuamente, una è qui», dice alludendo alla telefonata del direttore della Rai, Masi, a Santoro, in diretta. E poi ritorna a Silvio, Pellico però, alle mie prigioni: «Libro memorabile, prima di trovarne un altro di Silvio che scriva un libro così...».
Racconta dei Savoia, da Vittorio Emanuele II, che con Garibaldi ha fatto l’Italia, per arrivare ad Emanuele Filiberto che ha calcato il palco dell’Ariston con Pupo.

«Cavour, il secondo più grande statista, lo beccarono con la nipote con Metternich». E poi via libera ai patrioti: una storia memorabile, imprese inenarrabili, grandezza senza pari, intrisa di gioventù, ragazzi che hanno dato la vita, morti a poco più di vent’anni. Garibaldi era un mito in tutto il mondo, aveva tra i suoi fan Dickens, Dumas padre, Hugo, George Sand.
Una cultura immensa, quella italiana, la più grande del mondo.
Una lectio magistralis tra amore, morte, eternità. Mazzini, Garibaldi, Cavour e le tante donne. Ancora una frecciatina sempre più spuntata: «Usciti più poveri dalla politica rispetto a quando sono entrati». Ora parla dell’importanza della memoria storica, di un’Italia violentata e saccheggiata, in mano allo straniero.

Siamo a Mameli, morto a poco più che ventenne, ferito ad un ginocchio. E inizia con l’inno. L’ha promesso e lo fa, un torrente in piena, analizza tutto strofa per strofa. Se la piglia ancora un po’ con Bossi, poi basta, racconta la storia d’Italia, parte dalla vittoria di Scipione contro Annibale. Accenna a Churchill che ci ha aiutato a liberarci dal nazismo. Parla della Divina commedia, della lingua italiana, di Tina Anselmi. Degli usurpatori spagnoli, dei vespri siciliani contro gli angioini, del Balilla genovese contro gli Asburgo. Bisogna chiuderle le scuole per i 150 anni. I bambini devono chiedersi: «Perché non sono a scuola? Perché oggi è la festa della tu mamma, dell’Italia».

Siamo quasi verso la fine, sta sforando il premio Oscar: «Vorrei che voi foste felici. Se la felicità si scorda di voi, voi non scordatevi della felicità. La felicità delle cose semplici». Fa bene Roberto a dire così, siamo un popolo triste da un po’ troppi anni. Perché la vita è anche bella, Benigni ce l'ha insegnato. Basta svegliarsi.

«Tanti ragazzi sono morti per noi, il Risorgimento è un fatto memorabile. Tanti sono morti, per permettere a noi di vivere». Comincia a cantare il guitto, sussurra le strofe, senza la musica, sudato e commosso: «Fratelli d'Italia, L'Italia s'è desta, Dell'elmo di Scipio S'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò». 

Silenzio, tutti in piedi, applaudono, La Russa in prima fila si lascia scappare un sorriso. Benigni ha mantenuto la promessa, sì l’ha fatto. Ci vuole ben altro per far tremare l’Italia. Tutto passa e se ne va. Anche se non sono solo canzonette.

 
 
 
 
 
 
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