Immaginate di comprare i diritti di It di Stephen King per poi girarlo come una commedia familiare: il bambino scaltro tira mamma e papà fuori dai guai e poi tutti e tre vanno a mangiare da McDonald's. Oppure immaginate Il diavolo veste Prada come un film d'arti marziali: la stagista spacca due costole alla direttrice stronza, la manda in ospedale e le fa le scarpe.
Fate uno sforzo di fantasia e poi sarete pronti per la versione horror de La solitudine dei numeri primi. L'unica spiegazione possibile in coda a un ingorgo autostradale di punti interrogativi, è che Saverio Costanzo (Private, In memoria di me) abbia a tal punto detestato il libro da volerlo rendere irriconoscibile. E infatti il film, accolto in proiezione stampa da una bordata di fischi, qui è piaciuto solo ai più accaniti detrattori del best seller di Paolo Giordano. Se fossimo in lui faremmo togliere il nostro nome dai titoli di testa, ma quasi sicuramente non lo farà: la sceneggiatura porta anche la sua firma.
Le differenze più evidenti riguardano la scansione temporale degli eventi. I due drammi che aprono il romanzo - l'incidente con gli sci di Alice, e Mattia che abbandona al parco la sorella - qui sono spezzettati e riproposti in flashback per oltre un'ora. Ad essi è in pratica affidata la volontà di creare uno shock, la creazione di un colpo di scena a metà racconto, elemento narrativo che sulla pagina scritta non esiste.
Le altre modifiche strutturali sono nella seconda parte della storia: la figura del marito di Alice sparisce, e i fatti che precedono il ricongiungimento con Mattia sono compressi in poche sequenze a metà fra sogno e realtà, con uno stile che spesso cita esplicitamente Kubrick (c'è perfino un flash su un corridoio d'albergo vuoto). Inoltre - e qui davvero si resta senza parole - sparisce completamente la fascinazione per i numeri, insieme a tutti i parallelismi tra regole matematiche e percorsi emotivi. Ovvero la scintilla stessa di originalità e suggestione dell'opera di Giordano, che altrimenti si riduce a un melò piuttosto convenzionale.
«Questi dettagli, che sono l'ossessione di Paolo (Giordano, ndr), sono lontani dalla mia identità, difficili da tradurre sullo schermo», ha ammesso con candore Costanzo in conferenza stampa.
Cos'è dunque La solitudine dei numeri primi in versione cinematografica? Un percorso di suggestioni mutuate dal cinema thiller degli anni '70 e '80, in particolar dai film di Argento, che descrivono i protagonisti della storia come fossero pedine in mano a una misteriosa forza maligna. Tutti i comprimari recitano sopra le righe (semplicemente incredibile il cammeo di Filippo Timi, clown punk dallo sguardo luciferino), mentre i personaggi principali parlano sotto voce o non parlano per niente, burattini senza volontà in un teatro dell'assurdo. Nessun percorso umano viene approfondito. Ci sono soltanto pochi fatti legati da lunghe sequenze espressioniste, cariche di suoni e colori tonitruanti.
«Siamo partiti con una prima stesura che era molto fedele al libro» ha aggiunto ancora Costanzo, «ma poi abbiamo deciso di cambiare strada per creare uno spaesamento anche a chi il libro l'ha già letto: non volevo rassicurare lo spettatore, volevo che si chiedesse il perché delle ferite dei personaggi; altrimenti tutto si sarebbe ridotto ad un "manca questo", "manca quello"».
Un altro elemento in grande evidenza sono le performance fisiche di Alba Rohrwacher e Luca Marinelli, funzionali come le musiche e le scenografie alla volontà di una composizione estetica "estrema". L'attrice fiorentina, in particolare, subisce uno smagrimento progressivo impressionante. «Ci siamo resi conto di ciò che eravamo diventati solo dopo aver visto il film. Io non capivo cosa mi succedeva ma vedevo Luca cambiare». Un sacrificio che avrebbe meritato miglior servizio: l'impianto registico deborda su tutto, annichilendo storia e interpretazioni, e rendendo invisibili i personaggi e le loro motivazioni.
Quando mancano solo due giorni alla fine del festival, possiamo parlare della più grossa delusione maturata fin qui: il film è stato l'unico del concorso, insieme a Promises written in the water, ad essere pesantemente fischiato alla proiezione stampa