È stata una giornata dedicata ai fim di impegno civile, la seconda del festival. In concorso sono infatti passati Miral di Julian Schnabel e La pecora nera di Ascanio Celestini, entrambi accolti con sospetto dalla critica ma entrambi battezzati da un grande entusiasmo e svariati minuti di applausi alla proiezione per il pubblico. A testimonianza di uno scollamento sempre più evidente ed ampio tra sensibilità popolari ed accademiche.
Il film di Schnabel è una panoramica sentimentale su quasi 70 anni di storia mediorientale, dal 1947 ad oggi. Il film si apre sulla cerimonia funebre di Hind Husseini, una ricca donna palestinese che alla fine degli anni quaranta decide di utilizzare il patrimonio familiare per dar vita all'orfanotrofio di Dar Al Tifl. Con il tempo l'orfanotrofio diventa un rifugio per ragazze sole e vittime del conflitto con Israele: una di queste è la madre di Miral. La bambina nasce fuori dalle mura della scuola, ma finirà comunque per crescervi, in seguito ad un evento tragico: il suo percorso di maturazione passerà prima per un'adesione esterna all'Intifada, poi per uno slittamento su posizioni più moderate. Il film si chiude sulla partenza per l'Italia, dove Miral viene mandata da una Hind ormai anziana a frequentare l'università.
Il materiale di partenza è l'autobiografia di Rula Jebreal, giornalista di origini palestinesi che oggi convive proprio con Schnabel. Si capisce quante e quali siano le implicazioni emotive, così che inevitabilmente il film finisce sbilanciato sul versante melodrammatico/agiografico. C'è poca storia e c'è senz'altro poca attenzione critica alle sfumature del problema politico, ma anche una partecipazione palpabile e la volontà esplicità di mettere su un piedistallo le ragioni del dialogo tra le parti (il che sembra ben poco criticabile, al di là dell'approssimazione). Miral è anche un film sulla paternità - il rapporto tra la protagonista e il padre, e quindi la centralità dell'educazione domestica nella formazione ideologica, sono centrali - e in questa prospettiva apre bene la strada al film della Coppola (Somewhere), in programma oggi.
Per quanto riguarda La pecora nera, che Celestini ha tratto dall'omonimo, commovente spettacolo teatrale, è evidente come la sua prosa, imbrigliata nelle maglie di una sceneggiatura, non renda altrettanto bene. Celestini è un cantastorie che sul palcoscenico improvvisa partendo da un canovaccio e un certo numero di ritornelli. Qui prova ad adattare queste caratteristiche ad un linguaggio differente, ma con risultati discontinui. La storia è quella di Nicola, bambino distratto e solitario che viene chiuso in manicomio per coprire un crimine commesso dai due fratelli maggiori.
Nicola, in versione adulta, è interpretato dallo stesso Celestini che mantiene l'ambiguità sulla reale dimensione della malattia del personaggio: a volte sembra soltanto stanco, mentre in altre occasioni i suoi scatti di nervosismo sono "sospetti". Il cuore del film è il colpo di fulmine che Nicola prende per la hostess che serve il caffè al supermercato (Maya Sansa): una variazione degli equilibri che spezza la routine del protagonista creando una crisi rivelatoria. In conferenza stampa Celestini ha ammesso: «Forse se il film terminasse con me e Maya che facciamo l'amore sarebbe piaciuto di più». Invece il tono è malinconico e il finale senza compromessi: «Perchè non esiste un lato bello del manicomio».