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Single a trent'anni e la paura di restare soli

 
Una lettrice si racconta: diverse storie finite, il timore della 'singletudine' e l'orologio biologico che corre. Risponde Antonella Viale
 
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Genova, 24 agosto 2010
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di Antonella Viale
   

Cara Antonella,
girovagando qua e là, mi sono imbattuta nelle tua interessante rubrica. Avevo digitato il termine (ormai per me odioso) di 'singletudine'. Ho 34 anni, diverse storie alle spalle, l'ultima terminata da pochi mesi. Non ci avevo mai seriamente pensato, ma da un po' mi ha assalito un autentico terrore: quello di rimanere sola e, soprattutto, quello che la parte migliore della mia vita sia alle spalle, che abbia esaurito il 'bonus' di uomini a me riservati.
So che può apparire un po' drammatico, ma non riesco a non pensarci. Non immaginavo la mia vita senza figli, senza un progetto che includesse un'altra persona. È dura progettare da soli. Ho come l'impressione che non esista il mio completamento: tutte le mie storie precedenti mi sembrano avvolte in una nebbia lontana. Ho sempre temuto la condizione di zitellaggio come innaturale, e adesso che mi ci ritrovo sento di non poterla sopportare.
Bisogna volersi bene per stare soli. So benissimo che star bene con se stessi è un ottimo punto di partenza, ma la 'teoria' (che conosco alla perfezione) non mi aiuta a uscire da questo pantano in cui sono precipitata
.
Anonima


Cara anonima
,
sei gentile, grazie. Inizio dalla fine: bisogna volersi bene anche per stare con gli altri. E soprattutto con un altro. Bisogna avere un progetto proprio - condivisibile o meno - un percorso stabilito, degli obiettivi solo per sé.
È importante sai, perché ti permette di vivere la vita di coppia senza soffocare, né sentirti soffocata, di pensare al compagno come a una persona che percorre una strada insieme a te, non come una parte di te. Tiene lontani i rapporti simbiotici o fusionali che fanno bene all'inizio ma, se basati solo sull'attrazione reciproca e il bisogno d'amore, crollano alle prime vere prove.

Una lunga premessa per arrivare al punto, la coppia. Spero che tu mi ascolti e mi creda come hanno fatto molti altri lettori, perché è un po' dura da mandare giù: la tua è un'età per certi versi terribile. Sembra impossibile che ci si possa sentire finiti a poco più di trent'anni, invece capita. Perché si hanno esperienze alle spalle, in molti casi si è già realizzato ciò che ci si aspettava dalla vita professionale o si è sulla strada per farlo, quindi manca solo non l'amore, la famiglia. Lo status ideale.
Non critico, espongo ciò che ho visto con - spero non crudele - onestà intellettuale. Senza contare l'orologio biologico che ticchetta impazzito, e comincio a credere esista per davvero.

A poco più di trent'anni ci si può sentire finiti, cara anonima, ma è indispensabile contestualizzare con un pochino di obiettività - che non è cinismo - e rendersi conto che i tempi della crescita si sono dilatati, che ci si sposa e riproduce anche dopo i quarant'anni. Perché vedi, quello che temo per te non è lo zitellaggio, vocabolo quasi meno cacofonico di singletudine: non ti ci vedo a rimanere sola, temo che tu ti arrenda, che tu scelga o accetti il primo che capita. Perché hai fretta o hai paura. Non farlo, guardati bene dentro, se non riesci a capire perché non sei capace di volerti bene, cerca un bravo psicoanalista - e cercalo con molta attenzione - comincia a lavorare su di te e per te, se vuoi un futuro a due appagante e - crepi l'avarizia! - magari anche felice.

Auguri, anonima,
Antonella

 
 
 
 
 
 
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