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Violenza
 

Violenze in famiglia: «mia madre mi picchiava»

 
Un lettore ci scrive la sua storia. Quando era bambino ha dovuto subire passivamente le botte della mamma e della nonna. Ora chiede aiuto
 
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3 settembre 2010
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di Marco Ventura
   

Salve,
ho bisogno di capire come affrontare questa situazione: da piccolo mia madre mi picchiava o sgridava per qualsiasi cosa. Lei stessa ha subito violenza da parte di mio padre, che lei negli anni ha perdonato e scusato per i suoi atteggiamenti. Io mi sono trovato forse ad essere il capro espiatorio del suo dolore, tant'è che a mio fratello non veniva alzato un dito. Lo stesso problema l'ho subito da parte di mia nonna, la madre di mia madre. Lei addirittura mi picchiava e faceva piangere e poi mi trascinava violentemente sotto la doccia fredda. Mia madre rifiuta di affrontare questo argomento e dice che sono malato, mentre alcuni parenti che erano intervenuti per sottrarmi alle grinfie della nonna materna hanno confermato i fatti. Purtroppo all'epoca non si osava denunciare queste violenze e si tendeva a tacere. Ancora oggi i rapporti con mia madre non sono idilliaci; io ho dovuto lasciare casa a 18 anni, e per diverso tempo non ci siamo più sentiti.
Come mi devo comportare? Che provvedimenti prendere?
Grazie.


Non è facile leggere la sua storia senza provare solidarietà. Per lei e per chiunque altro abbia subito trattamenti simili. E immagino che non sia stato facile, per lei, riviverla nei suoi ricordi e raccontarla. Per questo credo che abbia fatto bene a scrivere e ad offrire la sua esperienza ai lettori. Se già è brutto vivere questi soprusi, riviverli nella propria mente e tenerseli dentro può essere, se possibile, ancora più angosciante. Così credo che lei abbia fatto un bel passo avanti nel riuscire a scriverli e dunque a tirarli fuori. Potrebbe essere l'inizio per affrontarli davvero e superarli. E allo stesso tempo raccontarsi è un aiuto anche per altri che, leggendo la sua storia si potrebbero sentire meno soli e più forti nel riuscire a raccontare, a loro volta, le proprie brutte esperienze.
Ma lei mi chiede che fare, e io credo che non basti leggere il succinto riassunto delle sue esperienze per avere una visione completa della sua situazione tanto da darle una soluzione perfetta. I fatti vissuti da piccoli si intrecciano con i sentimenti e con i significati che via via sono stati trovati per darsi una spiegazione. E questo crea, dentro di noi, una enorme ragnatela che, ora, temo si annidi, nel suo intimo, con un groviglio di trame che si sono così tanto compenetrate dentro di lei da rendere difficile trovarne il capo o la fine. Per cui credo davvero che dovrà parlarne ancora e ancora e ancora sino ad arrivare a capire, davvero, il senso di tutto quello che le è successo e liberarsene il più possibile.
Certo che potrebbe non essere facile scegliere le persone - o meglio, la persona - con cui confidarsi, ma di sicuro la inviterei, per ora, a non parlarne più con sua mamma. La sua mamma di oggi non è la mamma di allora e forse anche lei è stata a sua volta una vittima impotente. Di sicuro non è nella posizione di aiutarla a elaborare i suoi vissuti né a spiegare il passato. Perdonarla? Perché no? Il perdono fa più bene a chi perdona che non al perdonato. E perdonare significa spezzare la catena della vendetta. Ma perdonare non significa anche dimenticare. Se qualcuno ha fatto un danno, questo deve essere riparato. E non certo facendo altri danni. Per questo non credo che la sua mamma di oggi possa risanare le malefatte della sua mamma di ieri. E questo compito di riparazione, ironia della sorte, può farlo solo lei stesso nei propri confronti: oggi lei è qualcosa di più di quello che era il suo lei di ieri.
Troppo difficile? Sì lo so, noi psicologi parliamo strano, ma allo stesso tempo non è che stiamo parlando di una cosa così facile.
Quindi spero di essere stato almeno comprensibile, ma in ogni caso sono sempre qui a disposizione dei suoi dubbi.

Saluti,
Ventura

 
 
 
 
 
 
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