Questa foto pare proprio da necrologio, e sia, non ne ho trovate altre e ci tengo a fare vedere a tutti una faccia buona, che si indovina pronta al sorriso, spesso alla risata, uno sguardo intelligente, acuto, con certi guizzi di ironia o divertimento puro che niente può nascondere, né gli occhiali, né una foto di circostanza. Non riesco mai a rendere giustizia alle persone che amo con la scrittura, mi manca il distacco indispensabile. E tuttavia ho scritto tanto poco di Gianluigi - non per mia scelta - che mi sento di dovergli un congedo pubblico e poi ho voglia di piangerlo un pochino insieme a chi lo ha conosciuto e chi avrebbe voluto conoscerlo.
Gianluigi aveva il cancro e - a parte lui - sapevamo tutti che sarebbe morto. Non è un lutto che ti lascia attonito e incredulo. Ma il vuoto si sente lo stesso. Già.
Siccome sono stufa della gente che valuta le persone da ciò che 'hanno fatto nella vita' -a meno che siano ricche, allora passa tutto - mi limito a dire che è stato un pubblicitario importante, un buon giornalista, un discreto scrittore, un grande storico della pubblicità, un ottimo accademico e rimando alle prime due voci di Google chi voglia saperne di più. Così vedrà che è stato importante. Gianluigi è stato un uomo che sapeva conciliare un ego titanico con una generosità altrettanto indistruttibile; un'etica del lavoro impeccabile con momenti difficili in cui la senti vacillare ma resisti; una tenacia nel raggiungere gli obiettivi con slanci di entusiasmo quasi infantili, a cui sapeva abbandonarsi senza dimenticare di essere adulto.
Ha vissuto tutte le contraddizioni di tempi via via più difficili schivando tranelli e continuando il suo cammino. Insieme a Franca Cigola, che stava al timone dell'azienda -una delle sue ultime creature - mentre lui viaggiava da un'università all'altra, dalla casa di Milano a quella di Cervo, da un libro da scrivere a quello che stava ancora scrivendo. Gianluigi è stato il mio direttore in uno degli ultimi tentativi di creare un periodico indipendente, politicamente schierato e molto attento alla cultura. Il mondo nuovo, si chiamava, e sono orgogliosa di avere dato il mio contributo a un'impresa nobile, ahimé preveggente, destinata al naufragio.
Non gli ho reso giustizia, lo sapevo già, non sono riuscita a ritrarlo come avrei voluto. Pazienza, è la mia condanna, peccato che le vittime siano le persone che più amo.