Sono molto meno matti di quel che sembrano. Iron Kim Style da Seattle, città natale di Hendrix e del grunge, ma loro preferirebbero il jazz rock. Alt. Procediamo con calma. Perché sembrano matti? Beh, la copertina del Cd pare (o forse è) tratta da un manifesto di propaganda di qualche dittatore orientale. Ma certo, la Corea del Nord. Kim il Sung che scruta l’orizzonte. Apriamo il piccolo gatefold e all’interno i nostri immortalati tra un divano, un tavolino, una chitarra appesa e lui, Kim Jong-il che entra da una porta (un evidente fotomontaggio). Nella scheda di presentazione gli Iron Kim Style affermano di ispirarsi anche alla musica marziale nordcoreana. Bah.
Inseriamo il Cd omonimo - fresco di stampa per Moonjune - nel lettore e non siamo più in grado di prenderli sul serio. O meglio, lasciamo da parte l'ironia cartonata e ci immergiamo in una fusion sperimentale di frenetica raffinatezza. Altro che le marcette militari, qui emerge tutto l’Abc del Miles Davis elettrico, quello che suonava con Mike Stern o John Scofield, tanto per capirci (Mean Streets of Pyongyang, il funky di Gibberish Falter, Po’ Breef, Slouchin’ at the Savoy) ma che al tempo stesso non ha mai rinnegato l’origine be-bop (Pachinko Malice).
Ci si appella alle intuizioni del John Zorn più rarefatto dei Naked City (inizio di Don Quixotic, Adrift) o ad una leggerezza non lontana dall’universo sonoro di John Abercrombie (Dreams from Our Dear Leader). E quando il gioco si fa duro, anche gli Iron Kim Style danno in pasto ai distorsori qualsiasi forma free (Jack Out the Kims).
Una gran bella band emergente, guidata dal chitarrista sperimentale Dennis Rea (fondatore dei Moraine) e portata in alto dal versatile trombettista Bill Jones. Improvvisazione, calcolo e determinazione: solo così si riesce a varcare la frontiera dei generi anche senza passaporto. Un pò come profughi dei suoni.