A Cuneo si è appena conclusa la quinta edizione del Festival della Montagna (6-11 aprile). L'appuntamento annuale si svolge tra proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali e musicali, racconti di vita quotidiana e di storia, laboratori didattici, discussioni sulle attuali problematiche e riscoperta delle bellezze e delle risorse del territorio montano. Un'attenzione particolare è rivolta al cinema di montagna, a cui è dedicata una sezione specifica. Il nostro Alberto Pezzini era lì e ci racconta alcuni degli incontri più interessanti, con un'attenzione particolare al palinsesto del FestivalFilm.
Questo Festival è d'eccezione. Ha una virata larga come quella di un quadrimotore, anzi come quella di un'aquila reale. Ha anche un'altra caratteristica: i mostri sacri messi in fila. La gente ha potuto vedere dal vivo i testimoni viventi di un altro secolo, quello del Novecento. Rolly Marchi, 89 anni, Piero Tassone, giù di lì, Vittorio De Seta, 87, Cecilia Mangini, di meno.
Rolly Marchi, un uomo che ha attraversato una vita di sci, giornali, donne, uomini: tutti affrontati con un sorriso leggero, buono, come dentro una corteccia di cui ti puoi fidare. Ha visto Dino Buzzati, anche mentre se ne andava, e Adolf Hitler mentre arrivava e scimmiottava Benito.
Piero Tassone, vince una fortuna a Lascia e raddoppia per la sua memoria da elefante, quasi fisica. ma soprattutto per la sua timidezza, per quel rossore contadino che gli permette di stare dentro al provino per venti minuti ed incantare la commissione per la profondità inusuale degli studi compiuti.
Vittorio De Seta, un regista calabrese, capace di aver fatto cantare il primitivo con una magia intatta dopo cinquant'anni. Cecilia Mangini, compagna di Lino Del Fra (scomparso nel 1997), creatrice di Stendalì, documentario con testo di commento scritto da Pasolini, erede di un canto funebre arrivato dall'antica Grecia. La vitalità della regista (classe 1927) è contagiosa anche perché - come afferma lei stessa - non appartiene soltanto a lei, ma a quel gruppo di cui fece parte, al culturame in cui rientrano anche Pasolini, De Seta, Dal Fra, Calvino, Prezzolini e altre voci che incantano i nostri sogni in assoluto.
Quello che resta è un Festival dove, se i vecchi sono questi, vivi di una cultura che spaura ed avvicina appena li senti parlare, abbasso i giovani.
La sera di giovedì 8 aprile, il nipote di Arnold Fanck è protagonista Il Fascino del cinema di Montagna, dal piano alle vette di H.J. Panitz e M. Fanck. Un documentario ricco di testimonianze e di echi lontani, confronto distruttivo tra Fanck e Luis Trenker - associato alla figura del Cervino - trasformatosi in una sorta di parricidio ad opera di Trenker, divenuto nel frattempo un raccontatore orale baciato da uno sterminato successo televisivo e mediatico.
Aria (2008, di Davide Carrari), con lo scalatore interiore Pietro dal Prà, è la trasposizione dello spettatore direttamente in parete e sul mare. È una roccia cruda, scelta apposta per avere paura quella che si scelgono a Supramonte, sopra il Golfo smeraldino di Orosei in Sardegna. Con loro si respira la paura di dormire attaccati alla pietra, con uno spessore di appena un millimetro a dividerli dall'aria e dall'acqua che sciaborda di sotto. Sembra di sudare con il protagonista mentre si sale. La scena finale che culmina con l'arrostimento di un purceddu e tre bicchieri di un cannonau rosso e denso, vischioso come il sangue, cattura una vita spesa bene e una giornata da incastonare per sempre in una memoria che non muore.
Verso l'alto - Quei momenti così intensi (2009, sempre Italia), è una prova di scrittura psicologica eseguita da Carlo Rossi, forse con troppo zelo, sulla figura umana di Abele Blanc, salitore di tredici ottomila. Un ritratto spirituale, una sorta di sfogo psicologico usato da Blanc al ritorno dal K2 per scaricare una messe eccessivamente folta di fantasmi, per tenerli a bada dentro di sé senza rischiare qualche ferita di troppo. Immagini più psicanalitiche che alpine in senso stretto. Un documento da meditare ma a volte troppo lasciato andare verso un tema - quello della ricerca di sé - ormai sempre più declamato.
Venerdì 9 aprile il programma si infervora. Il tema è la solitudine, quel compagno in più che ogni uomo si trova accanto ogni volta che affronta una vita, oppure un sogno ad occhi aperti. Si inizia alle 17 con la Grande Valanga di Bergemoletto, in teatro, con l'introduzione curata dall'autore del libro (Vivalda, 1995) Pietro Spirito, giornalista del Piccolo di Trieste, e da Fredo Valla, autore e musa de Il Vento fa il suo giro. La grande valanga si abbatté nel 1775 su Bergemoletto, un pugno di case vicino a Demonte ed imprigionò per circa un mese tre donne, che sopravvissero. È un racconto narrato con le voci e la lingua di quel secolo e vissuto con gli occhi di tanti protagonisti. Spirito ha la malattia ed il gene del bibliofilo ma, dalle ricerche polverose in archivi antichi, sa uscire con la penna più agile del giornalista nervoso, sparando frasi secche maledettamente attraenti. Nasce quindi una storia da stare a sentire che è però tragicamente moderna. L'abbattimento di boschi in quella zona sembra chiamarci da lontano per metterci in guardia sulle conseguenze della troppa, demolitiva antropizzazione che l'uomo conduce sulla natura.
Che è il discorso all'incontrario affrontato al Festival attraverso il tema del neoruralismo. Tornare alle montagne si può, ripopolare i vecchi paesi in altura è possibile e porta ad un abbellimento della qualità della vita. Aria pulita, molto meno stress, vita più sana e meno agitata, prodotti genuini non avvelenati dallo smog e dai gas di scarico, nuvole pulite a finire una giornata e, dentro l'animo, un poco più di lago anziché mari in eterna tempesta.
La sera stessa due i film da vedere in solitudine. In un altro mondo (Italia, 2009) di Joseph Peaquin è la storia del guardaparco del Gran Paradiso. Una immersione senza bombole dentro la natura e le sue sacche di silenzio. Ci vuole coraggio ad affrontarla oppure una scelta di vita consapevole. Una sorta di ricostruzione di vita da scegliere a seconda di cosa una persona voglia per sé.
Una scelta strana, invece, quasi antitemporale, quella de La culla delle aquile (Italia, 2008) di Alessandro Pugno, il quale fa vivere una galleria di umane genti che vivono a Realdo, un paesino sulle Alpi Liguri, all'ombra del Monte Saccarello, dove la vita è rimasta quella di un secolo fa nei ritmi e nell'impostazione anche se sembra bastare fino in fondo a tutti quelli che l'hanno conservata così dentro le loro intenzioni.
Anche in questa occasione si registra un altro pienone, come in tutte le sere a dire il vero. La serata di ieri è stata però meno nervosa, meno adrenalinica del solito. Segno forse che le persone preferiscono la storia umana, anzi le storie umane in generale, anziché i documenti degli alpinisti i quali - talvolta - rischiano di divenire autocelebrativi. La cifra di Sandro Gastinelli resta la storia umana, il lato destro del cuore, quello che acchiappa la sensibilità per la coda e se la porta fino a letto, dove i sogni nascono ed il buio dura molto poco.