Abbandonati, per una sera, i salotti televisivi dove negli ultimi giorni l'abbiamo visto pubblicizzare il suo ultimo film, Baciami Ancora, Gabriele Muccino ieri si è recato in un luogo sicuramente più consono ad un regista: una sala cinematografica. Presso il Cinema Anteo di Milano ha infatti tenuto una lezione di cinema per il pubblico, trasformatasi ben presto in una chiacchierata, durante la quale grande spazio è stato riservato ai ricordi.
Muccino si emoziona facilmente: si comprende subito. Appena sale sul palco sembra leggermente in imbarazzo, si tortura di continuo il ciuffo di capelli che gli copre la fronte, parla in modo concitato, quasi nevrotico, racconta frammenti di vita vissuta come, ad esempio, i suoi esordi, quando realizzava docu-fiction per programmi Rai sperimentando lunghi piani sequenza, o il suo amore adolescenziale per alcuni registi cinematografici: De Sica, Fellini, Leone, Allen. Ammette di non sentirsi affatto un "Maestro" come loro, poiché «Maestro è colui che ha accumulato così tanta esperienza da poterla trasmettere ad altre persone e io invece ho ancora molto da apprendere».
Non è un "falso modesto", è sincero, chi lo guarda se ne accorge. Il regista non nasconde la sua passione per la steady cam: «la macchina da presa deve essere il mio occhio - dice - desidero che sia presente all'interno di ogni scena, come se fosse una presenza fisica concreta che deve accompagnare costantemente i corpi dei personaggi e i loro movimenti, per questo ricorro spesso alla steady cam». Confessa di apprezzare James Cameron, anche se inizialmente ha dovuto nascondere questa sua passione. «I primi anni - spiega - non potevo ammettere che mi piacessero registi di film commerciali. Qui in Italia se sei un regista devi darti le arie da intellettuale. Finalmente ora sono libero di dire quali pellicole apprezzo di più senza aver paura di essere mal giudicato».
Muccino prosegue come un fiume in piena. Racconta che dopo L'ultimo bacio non si sarebbe mai aspettato di ritrovarsi all'improvviso sotto le luci dei riflettori, di diventare rapidamente una celebrità, di alzarsi la mattina e scoprirei paparazzi davanti a casa sua, di dover rispondere a giornalisti che gli chiedevano un parere su qualsiasi argomento. Il successo forse l'ha un po' tramortito, e le critiche negative lo hanno ferito. All'improvviso si è sentito agitato, incompreso, sotto pressione, impaurito da un futuro incerto che non sapeva dove l'avrebbe condotto. Tutto questo magma caotico di sentimenti contrastanti e di stati d'animo differenti l'ha portato a scrivere e dirigere Ricordati di me, «una pellicola nella quale - spiega - ho incanalato la mia arrabbiatura nei confronti della superficialità della società italiana».
Parla del suo essersi sentito inadeguato e fuori posto davanti alle luci della ribalta, lui che voleva solo trovarsi dietro una macchina da presa non ha retto, non ha sopportato la violenza delle recensioni, la durezza dei critici, l'essere diventato involontariamente protagonista di gossip e di cronache rosa.
È stato in questo particolare e difficile momento della sua vita che, afferma, «l'America mi ha salvato». L'incontro fortuito e fortunato con Will Smith l'ha catapultato in una realtà totalmente differente. «Mi sentivo come se fossi su una Ferrari o su una Rolls Royce senza avere la benché minima idea di come si guidasse, correva così velocemente che non capivo bene come maneggiarla». Lui però non teme il pericolo: «Sette Anime era un progetto complesso, il successo non era assicurato, ma io ci ho creduto enormemente e ho voluto realizzarlo a tutti i costi. Mi sono lanciato, anche se correvo il rischio di schiantarmi al suolo».
Muccino è anche molto impulsivo: «faccio ciò che mi sento di fare, sono uno che corre sempre. Penso correndo e non prima di correre; voglio comprendere quale sia la meta da raggiungere mentre mi sto muovendo e non a priori». Eppure, in quei mesi di intenso e duro lavoro non si è dimenticato dell'Italia. «Sapevo che se avessi sbagliato qualcosa in America avrei avuto comunque un posto dove tornare - confessa - lì sono stato sfrontato e arrogante perché ero sicuro del mio "piano b", avevo un'alternativa: potevo rientrare in Italia se qualcosa non avesse funzionato nel verso giusto». Invece tutto è andato per il meglio, La ricerca della Felicità e Sette Anime sono state pellicole molto apprezzate dal pubblico e Muccino si è sentito in parte pacificato con se stesso. «In America - racconta - più successo hai e più la gente ti vuol bene, senti l'affetto delle persone, qui in Italia funziona in modo diametralmente opposto».
Eppure, il regista ha avvertito l'esigenza e il bisogno di tornare a casa e di riprendere un progetto lasciato in sospeso: la realizzazione di Baciami Ancora. «Desideravo continuare un percorso che si era interrotto dopo L'Ultimo Bacio. Volevo nuovamente incontrare dei miei vecchi amici che non vedevo da troppo tempo. Avevo nostalgia di loro ed ero curioso di scoprire che cosa avessero fatto in tutti questi anni, come si fossero evolute le loro vite, che piega avessero preso le loro esistenze». Dopo aver parlato della generazione dei trentenni, Muccino torna quindi a raccontarci le vicissitudini di quelle stesse persone ormai divenute quarantenni, spiegando però che «Baciami Ancora è sì il sequel de L'ultimo Bacio ma è anche una pellicola assolutamente autonoma, indipendente, per ciò che concerne la narrazione, dal film precedente». Per lui ciò che conta maggiormente è l'efficacia della recitazione, la capacità dei protagonisti di saper emozionare, di colpire il cuore della gente. «L'emozione è importante. Baciami ancora è il film più romantico che io abbia girato e anche il più ottimista, quello con il finale più positivo".
A questo punto non resta che salutarsi e aspettare di andare al cinema per vedere l'ultima sua pellicola. I giudizi saranno tutti ben accetti, buoni o feroci che siano, perché Muccino ormai è maturato, ha le spalle larghe e l'ha detto chiaramente: «Io non temo più le critiche».