Quindicesimo giorno a Shanghai
Poche volte ho visto le lacrime negli occhi di mio figlio; sicuramente c’erano l’altra sera, di inaspettata commozione, di fronte al disarmante e sereno monaco buddista questuante che ci siamo trovati inaspettatamente di fronte in fondo alle scale mobili del Raffle Center di People Square.
Era uguale a come lo immagini: sorridente, radioso, semplice.
Oggi, mi sembrava il minimo, siamo andati al Tempio del Buddha di Giada: in mezzo al cemento che raggiunge il cielo, è basso e colorato, un’oasi del passato. Arrivarci é difficile: la stazione della metro è lontana, non ci sono indicazioni e non lo vedi da lontano, ma con la cartina e la lingua in bocca non si è mai perso nessuno.
Lungo le mura, una pletora di negozianti di souvenir un po’ aggressivi e di mendicanti insistenti, ma non troppo; dentro, il color oro delle enormi statue e il rosso dei nastri augurali, il profumo dell’incenso, le lanterne rosse ovunque.
Davanti alle statue, i fedeli pregano fronte a terra in mezzo a chi fa foto, per fortuna in modo discreto
Uno degli studenti universitari volontari ci porta in giro. Ci conduce anche all’esposizione di pregiati souvenir, e si capisce che è convinto che tutti gli europei siano ricchi, perché si stupisce genuinamente quando gli facciamo notare che 138 Eu per i due draghi di giada, pur bellissimi, per noi è un po’ tantino.
Compriamo comunque un Laughing Buddha, cioé il Buddha che ride, che verrà tra migliaia di anni; e lo studente è felice: abbiamo fatto così carità al tempio ed anche ai bambini abbandonati, perché lo stato impedisce che si raccolgano offerte, e allora i templi devono arrangiarsi con la vendita di oggetti.
Rifiuta invece la mancia: lui è un volontario, ci dice. Bravo ragazzo.
Il Buddha di Giada è nella sala dei 10.000 Buddha (piccoli, dorati, che ornano tutta la stanza): alto 1,92 m, pesa 1000 kg, e pare lo abbia portato qui un monaco da un’isola. Ha un viso bellissimo e sereno, ma noi siamo interessati ancor di più a capire perché alcuni monaci si muovano affrettatamente nei cortili ornati di bellissimi bonsai.
Infine si sente un gong, ed arrivano tutti in processione al tempio principale, per pregare: colpi di tamburo, una cantilena intonata in coro, poi ancora tamburo, il tutto ripetuto per alcuni minuti e poi se ne vanno, in silenzio e in fila indiana.
Usciamo: il terzo millennio di Shanghai ci aggredisce di nuovo coi suoi clacson, i motociclisti sul marciapiede, i neon delle insegne, il traffico insostenibile. Buddha di Giada, ispiraci tu.