Telefono a Maurizio Lastrico martedì pomeriggio: è a Milano per la registrazione della seconda puntata di Zelig, ma la sera stessa andrà in onda la prima puntata (registrata la scorsa settimana), a cui è stato promosso dopo lo strepitoso successo di Zelig Off. Con i suoi monologhi, che raccontano in terzine di endecasillabi danteschi le sventure quotidiane delle persone comuni, ha conquistato la platea dello storico locale milanese, per essere poi da lì catapultato sulla navicella madre comico numero 100 a completare il cast stellare della prima serata.
Com'è arrivata questa promozione nella Serie A della comicità televisiva? Come ci si sente?
«Il passaggio è arrivato quasi inaspettato. Io speravo che per la mia comicità ci potesse essere almeno un ruolo di nicchia, invece il successo è stato unanime, tra il pubblico di tutti i tipi. L'emozione è grandissima: passare dall'intimità di Zelig Off ai 2500 spettatori dell'Arcimboldi (il teatro milanese dove viene registrato Zelig) è un bel salto. In più girare per i camerini ed incontrare Gioele Dix o Gene Gnocchi ti fa sentire tutt'altro che arrivato: la prospettiva cambia improvvisamente. È un momento di grande soddisfazione ma anche di grande spavento: tutto è nuovo e più grande».
Le tue performance hanno colpito molto il pubblico del cabaret classico, eppure tu condensi in tre minuti il frutto di un lavoro di scrittura che, sia dal punto di vista tecnico che dei contenuti è tutt'altro che leggero. Come sei arrivato alla scrittura per endecasillabi?
«La Divina Commedia è stata uno dei fondamenti della mia formazione alla scuola di recitazione dello Stabile di Genova: la direttrice Anna Laura Messeri la usa come uno strumento di didattica. Una struttura chiusa, basata sulla ritmica predefinita del verso, che affronta argomenti di fantasia: per un attore imparare a muovercisi dentro è un percorso faticoso ma assolutamente formativo. Da lì è diventato naturale giocare con un qualcosa che faceva parte del mio quotidiano, utilizzandolo nella vita di tutti i giorni, per parodiarla. Anna Laura Messeri ne è rimasta entusiasta, e mi ha addirittura proposto di presentare i miei pezzi per il diploma, ma non me lo sono sentita e ho preferito Pinter».
Però dagli endecasillabi non ti sei separato
«No. Quell'esperienza mi ha fatto capire che l'idea poteva funzionare, ed ho iniziato a lavorarci su. Con gli autori genovesi Matteo Manforte e Paolo Serra, e poi con Carlo Turati di Zelig, abbiamo rifinito contenuti e struttura delle parodie, per correggere qua e là la metrica zoppicante o riempire il momento morto. Poi alcuni registri genovesi di teatro, la stessa Messeri, e Marco e Carlo Sciaccaluga, hanno rivisto i brani nel loro insieme, con suggerimenti preziosi».
Genova nell'immaginario collettivo è una città chiusa, abitata da persone musone e diffidenti. Come mai allora negli ultimi quindici anni ha partorito così talenti comici?
«Effettivamente è una domanda che ci siamo posti anche qui negli ultimi giorni: al di là del luogo comune dell'aria buona, credo che la motivazione stia proprio nella assoluta diffidenza dei genovesi, ed in particolare delle donne della nostra città, tra le più diffidenti al mondo».
Cioè?
«Mi spiego: proprio perché, a causa della nostra diffidenza, la comunicazione tra le persone non è un processo immediato, scaturisce la necessità di trovare sempre un modo accattivante per presentarsi, soprattutto con le donne! La fascinazione della parola scaturisce dall'istinto di sopravvivenza: conquistare e far ridere una donna genovese è opera molto più difficile che conquistare la platea dell'Arcimboldi».
Continui a lavorare con il Teatro Stabile di Genova, e negli ultimi giorni del 2009 al Count Basie Jazz Club di Genova sei andato in scena con una serata 'tutta tua'. È l'anticipazione di una tua prossima tournée?
«Confermo, anche se è un progetto ancora in costruzione. Assieme al gruppo di lavoro abbiamo provato un po' di materiale, su cui bisogna ancora lavorare, ma ci sono i primi contatti per fare delle serate, iniziando proprio qui da Milano allo Zelig».
A proposito, com'è la convivenza tra teatro e tv?
«Beh, di sicuro non è un'esperienza semplice: sono due mondi completamente diversi. In teatro sei abituato a fare due giorni di prove per imparare alla perfezione come sincronizzare i gesti sul palco con le battute degli altri attori. Qui ti trovi catapultato in un mondo in cui tutto è deciso sul momento, con cambiamenti all'ultimo secondo. È un trauma a cui mi devo ancora del tutto adattare. E poi la televisione ti da immediata visibilità a livello nazionale, in un secondo sei sulla bocca di tutti, sui giornali, nei tg. Al tempo stesso, però, tende a semplificare, e diventi per tutti solo quello che "rilegge la Divina Commedia in chiave moderna": è straniante, e mi spaventa un po'».
Progetti futuri?
«In questo momento sto vivendo letteralmente alla giornata, godendomi il momento, finché dura: - conclude Maurizio, con umiltà e prudenza tutta genovese - la mia speranza è di uscire bene da questa esperienza, anche rinunciando ad un pizzico di popolarità, ma di porre le basi perché il lavoro mio e delle persone che mi sono attorno possa essere valorizzato al meglio».