Martina non parla, non per malattia ma per scelta. Martina non parla, ma cerca di capire, di interpretare la realtà complessa che la circonda con i suoi grandi occhi da bambina. Si tratta di un mondo inspiegabile che rimarrà inspiegato, rotolando rapidamente verso il baratro dell'orrore, sotto il suo sguardo lucido e la sua animale intraprendenza.
Il silenzio di Martina e quello dell'intero film e si popola, prima, di un dialetto ruvido e vitale, quello delle schermaglie famigliari, per trasformarsi poi nel latino a mezzelabbra delle preghiere di terrore, giungendo infine all'abisso del vuoto che precede il fragore della mitraglia.
Giorgio Diritti realizza sì un documentario romanzato, ma senza politica e senza retorica, senza giudizi morali sui vincitori e sui vinti. I bambini fucilati in prima fila non hanno colore politico. I ragazzi e le donne trucidate dividono il pane duro e il sugo, quando c'è, ma sono ai lati opposti della barricata solo perché qualcuno ha deciso così. È la famiglia ad essere fulcro della società, baluardo dei valori semplici e culla dell'unico futuro possibile, quello dell'uomo che verrà, speranza e fede incrollabile nella vita che deve continuare.
Quella stessa famiglia cresce e trasmette cultura, è responsabile del futuro, ma prima ancora del presente. «Siamo tutti quello che ci hanno insegnato ad essere»: ecco le parole forse beffarde di un giovane soldato tedesco, unica apologia possibile e, soprattutto, cocente ed attualissima stoccata all'indirizzo di tutti.