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Cultura

Gli occhi di Caino di Roberto Ferrazzi

 
Un romanzo ambientato nella magica e inquietante meseta spagnola. Sullo sfondo, il misterioso omidicio di un sacerdote. Di Giovanni Agnoloni
 
   

     
16 gennaio 2010
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di Giovanni Agnoloni
   
peseta
 
Il libro
Vittorio Fabbri, la sua storia convergente con un'altra: quella di un omicidio avvenuto vent'anni prima in Spagna, a Salamanca. Vittorio non ha più messo piede in questa città, fino ad oggi. In regioni dove il cielo è una lama che cade a picco e trancia l'orizzonte, si dipana la vicenda di un'indagine che non convince. Il non credere alle versioni ufficiali fornite, al tempo, dalla polizia del luogo getta il protagonista in un vortice. Ciò che dapprima era il vortice della curiosità investigativa si trasfigura in quello della non accettazione dell'evidenza. Toni vicini ad una suggestione magica di ispirazione junghiana paragonano il noir di Riccardo Ferrazzi a Il viaggio premio di Julio Cortázar. Ma Gli occhi di Caino è anche una storia di polvere, d'omicidio e di sole, grazie alla quale l'autore dà prova di finezza e maestria. Sapori iberici e l'inevitabilità di un sentore da Santa Inquisizione soffocano il lettore sino all'ultima parola scritta.

Se uno non fosse mai andato in Spagna, leggendo questo romanzo di Riccardo Ferrazzi si farebbe un'idea fedele delle sensazioni che questo paese dà. Gli occhi di Caino (Eumswil, p. 173, 2009, 13 Eu) è un libro che ha per protagonista proprio un italiano, Vittorio Fabbri, un professionista che, un ventennio dopo un intenso periodo passato a Salamanca, fa ritorno, non senza difficoltà, nei luoghi che avevano conosciuto le sue passioni e i suoi tormenti giovanili. Amicizie e amori intrecciati e sovrapposti, figure 'latine', toreri e gitani che interagiscono in una trama segnata da un fatto traumatico e rimasto - complice una polizia ambigua e sospettosa - irrisolto per tutto questo tempo: l'omicidio di un sacerdote, trovato morto per strada dopo una notte di baldoria.

Sono tanti, i destini che si intersecano in questa cornice di fatti, ma è soprattutto l'ambiente che conta. La meseta, il caldo, il sole e le architetture tra il magico e l'inquietante di una città dal fascino distinto, ma capace di nascondere, come tra le pieghe di un velluto, misteri che nascono dalla stessa ordinarietà delle cose: tutto questo disegna una coreografia che, man mano che si procede nella lettura, emerge come un protagonista essenziale della storia.

E viene fuori il carattere sanguigno del popolo spagnolo, nella figura di Miguel Angel, torero che, dietro una maschera di sicurezza, nasconde paure e fatti che non devono essere rivelati. E poi c'è l'amore a fasi alterne di Mayte, donna suadente ma inaffidabile. Miedo y sangre, amor y muerte, tutti ingredienti che concorrono a fare di quest'opera, imbevuta del naturale senso del tragico tipico della cultura iberica - e mediterranea in genere - una sorta di mosaico di sensazioni e atmosfere, che cattura e seduce. La trama è infatti costruita a blocchi, che alternano passato e presente, e trasmettono il senso di una struggente nostalgia, oltre all'amarezza che deriva dall'inevitabilità del passare delle cose.

Forse è proprio per questo che Gli occhi di Caino può definirsi un romanzo sul carpere diem, perché certe occasioni non tornano più, ma se prese subito possono rendere la vita qualcosa di unico. Abbiamo intervistato l'autore.

Che cosa ha significato la Spagna, per te, come scrittore e come uomo?
«Credo che il mio primo impatto con la Spagna sia stato un imprinting indelebile. Passai la frontiera di Irún in automobile, attraversai i Paesi Baschi a tavoletta, e mi parvero una specie di Svizzera, pieni di colline verdi. Non sembrava Spagna manco per niente. Ma quando fui in cima alle colline il panorama si allargò di colpo in una pianura ondulata come il mare, che si estendeva in tutte le direzioni fino a sprofondare nell'infinito. Era la meseta, l'altopiano sterminato della Castiglia dove i paesi sono lontanissimi l'uno dall'altro e si può viaggiare per ore senza incontrare anima viva. In tutta Europa non esiste niente di simile. Stranamente, la sensazione che se ne ricava è di potenza. Cristoforo Colombo, sbarcando in America e prendendone possesso, deve aver provato la stessa sensazione. Questa immagine mi è rimasta nel cuore. In tutto ciò che scrivo non faccio altro che tentare di trasmettere al lettore questa sensazione di infinito. E forse questa è la ragione per cui, nella vita e nei romanzi, mi danno fastidio le conclusioni perfette, matematiche, in cui tutto trova una spiegazione logica. La vita non è così, e il ricordo del panorama immenso della meseta me lo ricorda continuamente».

Ci puoi parlare dei 'modelli' letterari in cui ti riconosci di più?
«Non so se posso dire di riconoscermi in un modello. Posso parlare degli scrittori ai quali ho "rubato" qualcosa. In tutte le scuole di scrittura si raccomanda di leggere i racconti di Hemingway. È un buon consiglio, ma va applicato con intelligenza. Hemingway credeva davvero di scrivere "come si parla" (o almeno, così ci ha detto Fernanda Pivano); in realtà ne dava soltanto l'impressione, e ci riusciva applicando una serie di "trucchi" retorici. Ho imparato moltissimo, soprattutto per le descrizioni e i dialoghi, individuando quei trucchi e cercando di capire quale fosse il momento giusto per applicarli. Un altro scrittore che, forse con maggiore consapevolezza, ha seguito la strada del "trucco per sembrare naturale" è Céline. Fra i contemporanei, Raul Montanari è quello che ha la scrittura più depurata, precisa, perfetta. Gli ho detto più di una volta che scrive come il De bello gallico (e tutte le volte lui mi guarda come per dirmi:"Ma sei scemo?"). Ho imparato da lui a raccontare l'azione (che sembra la cosa più facile e invece è piena di insidie). Marino Magliani ha il dono di descrivere atti e fatti della vita quotidiana con la precisione di chi osserva qualcosa di straordinario. In questo modo trascende la cosa che descrive e ti fa entrare in uno stato d'animo. È una capacità che non smetterò mai di invidiargli. Naturalmente gli scrittori, antichi e moderni, dai quali c'è da imparare sono molti di più. Ho citato quelli che sono più vicini al mio modo di sentire e di scrivere».

La storia de "Gli occhi di Caino" miscela amore, assassinio, nostalgia, ma soprattutto atmosfera. Qual è la fonte, e il segreto, di questa alchimia?
«Ah, se lo sapessi! Un cuoco può creare un piatto e dare la ricetta, ma uno scrittore non può fare altrettanto con un romanzo. Credo che chi scrive non possa guardarsi dentro più di tanto. Ognuno può fabbricarsi una regola per lo stile, ed esporla, e discuterne. Ma la forma è un'altra cosa. Il segreto è tutto lì ed è praticamente impossibile darne una definizione. È un po' come chiedere a una donna: "Che cos'è l'amore?". Se è onesta risponderà che non sa cos'è: sa soltanto come si fa, ma non sa spiegarlo. Forse il modo in cui facciamo l'amore, o scriviamo un romanzo, dipende dai panorami che abbiamo visto, dalle musiche che abbiamo ascoltato, da come le emozioni che abbiamo vissuto si sono sedimentate nella memoria e sono maturate negli anni, come succede al vino quando invecchia».

Ci puoi anticipare qualcosa sui tuoi prossimi progetti?
«Sta per uscire, a cura di Marino Magliani, una antologia intitolata Il magazzino delle alghe nella quale compariranno, fra gli altri, alcuni racconti di Vittorio, il protagonista de Gli occhi di Caino. Dopo di che Vittorio incontrerà Mayte ancora due volte, in due romanzi già stesi e attualmente in fase di "limae labor et mora". Anche il romanzo I nomi sacri, la cui prima parte è già pubblicata in rete e gratuitamente scaricabile dal sito Vibrisselibri, sta per arrivare alla conclusione».

 
 
 
 
 
 
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