Vorrei qui estendere la riflessione che deriva dal bellissimo articolo della direttrice Laura Guglielmi sulla paura del diverso, poiché credo che mai come in quest'epoca le psicosi collettive e le fobie, iniettate nelle vene della nostra società quotidianamente attraverso i mass media, siano diventate non più soltanto un mezzo di controllo dell'opinione pubblica, ma un coefficiente che determina direttamente la nostra scala di valori, facendo regredire inesorabilmente la qualità stessa delle relazioni interpersonali.
Chiunque, se interrogato, sarà d'accordo nell'asserire che la bellezza dell'essere umano consiste nella sua espressione unica e irripetibile e quindi nella sua eterna diversità; ma allora per quale assurda ragione l'essere umano è alla ricerca costante di regole generali e condivise, di schemi comportamentali comuni? Una contraddizione enorme, generata probabilmente dal dualismo stesso della sua natura e del cervello; un bisogno di sentirsi unico e al contempo di trovare conforto e protezione nella comunione con i suoi simili. Ma protetto e al riparo da chi? Da quali reali pericoli?
La paura dell'ignoto, la paura del buio in corridoio, è certamente un'emozione infantile e quindi innata, anche funzionale e utile. Tuttavia quando viene estremizzata, diventa un fardello dannoso e opprimente della propria libertà individuale.
Crescendo l'essere umano dimentica e supera la paura del buio, ma viene sommerso da migliaia di altre fobie. Fobie spesso irreali, invenzioni dei poteri forti di questa società, politici ed economici, che dall'inquietudine e dall'allarmismo ne ricavano in qualche modo un guadagno e una forma di controllo. Oggi la libertà è una delle parole più inflazionate in televisione e sui giornali, tutti se ne riempiono la bocca e la regalano, inclusa nel prezzo di qualche ideologia.
Ma ci si può ritenere liberi e poi avere paura di essere brutti, di essere grassi, di essere mal vestiti, di non essere all'altezza? Ci si può ritenere liberi e provare poi diffidenza, addirittura odio, per la persona che ci siede vicino sulla metropolitana o sull'autobus? E ancora, ci si può davvero considerare persone senza vincoli, ma ogni anno ricorrere a vaccini contro l'apocalittica pandemia del momento, contro il raffreddore killer, contro la suina, l'aviaria, e le mucche pazze e chipiùnehapiùnemetta?
No, non sto dicendo che i pericoli non esistono. Ma di sicuro attraverso i potentissimi strumenti di comunicazione della nostra era, si sta riscrivendo il significato stesso di paura, estremizzandone quasi sempre i sintomi iniziali. Una settimana scopriamo di vivere in una società di pedofili, quella dopo di essere ostaggi delle baby gang. Le scuole per qualche mese sono piene di bulli che picchiano handicappati, mentre le nostre città sono in costante pericolo di attentati. Gli arabi sono tutti dei terroristi, non esiste l'islam moderato, i rumeni tutti dei ladri e gli albanesi tutti degli stupratori. Paura che genera diffidenza, che crea isolamento, che sfocia nell'odio.
Questa tendenza ad accettare le notizie senza documentarsi è forse il più grande cancro di questa società. Rifiutarsi a priori di conoscere meglio ciò che non ci rappresenta, ciò che non ci rispecchia o semplicemente ciò che al primo impatto ci spaventa è un percorso che porta ad un lento e inesorabile declino verso un mondo sempre più timoroso e sempre meno capace di sorridere.
Concludo con una citazione tratta dal film Il Divo che, come direbbe Di Pietro, mi pare c'azzecchi:
"Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro, l'hanno definita "Strategia della Tensione" - sarebbe più corretto dire "Strategia della Sopravvivenza". Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch'io."
Il Divo Giulio