Sul lontano pianeta di Pandora, gli esseri umani hanno creato un avamposto con scopi scientifici e militari. Vogliono stabilire un contatto con gli indigeni che vivono nelle foreste - i Na 'vi - per convincerli a spostare i propri insediamenti. Sotto il suolo occupato dal loro albero sacro esiste infatti un gigantesco giacimento di una risorsa mineraria rarissima e altrettanto preziosa. Fallito ogni tentativo di dialogo, l'ultima risorsa sono gli Avatar: corpi artificiali, governati a distanza, che riproducono l'aspetto Na 'vi. Un marine paralizzato dalla cintola in giù, condurrà uno di questi corpi all'interno della tribù aliena per impararne usi e costumi, e tentare di imbastire una nuova trattativa. Ma la macchina militare sta per mettersi in moto e il tempo della diplomazia è agli sgoccioli.
Si stima che per costruire, nel corso dei secoli, la Grande Muraglia Cinese, siano stati impiegati 300.000 uomini. Sommando il numero di tecnici, comparse, maestranze, impiegati delle compagnie di produzione e addetti al marketing e alla distribuzione, fino agli uffici stampa dislocati nei quattro angoli del globo, non ci si meraviglierebbe nello scoprire che attorno ad Avatar hanno lavorato e lavorano in quasi altrettanti. Il film ha superato il miliardo di dollari al botteghino e si avvia a diventare il più redditizio di tutti i tempi. Nel mondo lo hanno già visto, soltanto in sala - senza contare quindi la pirateria e il successivo sfruttamento domestico - circa 150 milioni di persone. Alla fine il numero potrebbe raddoppiare.
Pare quindi ovvio che il fenomeno, prima che cinematografico, è antropologico. Poi industriale (gli incassi del film raggiungeranno presto il PIL di un piccolo stato europeo). Infine, e soltanto infine, artistico.
Cos'è dunque Avatar? Lo stato dell'arte della tecnologia applicata all'intrattenimento. Non è avanguardia e di certo non è il futuro: è il presente. In pratica l'unica realistica visione del presente cui possiamo accedere.
Una colossale operazione di ingegneria e il bacino dell'immaginario in cui andiamo a versare oceani di denari - dapprima nella produzione, quindi nella fruizione -, originando flussi di moneta macroscopici e destinati ad annullarsi, lasciando solo residui di memoria e sguardo.
Stupefacente macchina di intrattenimento, Avatar basa il suo successo sul fascino immortale dell'esotico - che, conquistato ogni angolo della Terra, è in dote solo allo spazio stellare -, coniugandolo con la più antica e manichea delle antitesi, tanto antica e tanto manichea perché comunemente innata: l'indigeno pacifico e panteista, che ascolta e partecipa della Natura Immortale, contro l'individuo conquistatore e monoteista, che attorno a sé ha creato il vuoto e passa il tempo a tentare di colmarlo.
Si racconta dunque, ancora una volta, lo sterminio degli indiani d'America e la pedagogia del terrore (con le bombe che hanno sostituito lo freccie, e la kefiah che ha sostituito la corona di piume) perché da allora, e da molto prima, non si è fatto un passo avanti. E si raccontano l'amore e la guerra, perché queste sono le cose che si raccontano.
Semiologicamente il film è preistorico, certo, ma solo perché la semiologia applicata al Mito è in definitiva lo studio dell'immutabile.
Ha insomma una sua primitiva necessità Avatar, che farà storcere il naso a quanti ne soffriranno la struttura (primitiva), e conquisterà invece chi ne subirà la (necessaria) suggestione.