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Spettacoli

'Welcome': la recensione

 
Nel nuovo lavoro del regista francese Philippe Lioret, la dura realtą di chi cerca di costruirsi una nuova vita in Europa. Tra speranze e sogni infranti, uno spaccato della societą odierna.
 
   

     
29 dicembre 2009
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di Giorgio Boratto
   
welcome
Un dettaglio della locandina del film 'Welcome'

Cinema e immigrazione sono un binomio che sceneggiatori e registi non possono più ignorare, una realtà fatta di disperazione e ingiustizia che la globalizzazione ha ormai diffuso in tutto l'Occidente.

E' nelle sale cinematografiche di queste feste natalizie il film di Philippe Lioret Welcome, interpretato da Vincent Lindon insieme a Firat Ayverdi, Audrey Dana e Derya Ayverdi. La storia è ambientata a Calais, passaggio obbligato per chi voglia raggiungere l'Inghilterra. Qui Bilal (Firat Ayverdi), un ragazzo clandestino, dopo essere partito dal Kurdistan e avere percorso a piedi più di 4 mila Km, vuole attraversare a nuoto la Manica per raggiungere la sua fidanzata Mina (Derya Ayverdi) che vive a Londra. Ad aiutarlo troverà l'insegnante di nuoto Simon (Vincent Lindon): il coraggio del ragazzo, deciso a tutto pur di salvare il suo amore, convincerà Simon a mettersi in gioco in prima persona, sfidando la legge per aiutarlo in un'impresa all'apparenza impossibile. Simon cercherà anche di salvare il suo matrimonio, che è arrivato a conclusione: con sua moglie Marion (Audrey Dana), infatti, si appresta a porre la firma sui documenti per il divorzio. «Lui vuole attraversare la Manica per rivederla ed io non sono stato capace di attraversare la strada per fermarti»: questo dice Simon a sua moglie Marion.

Welcome a me ricorda L'ospite inatteso di Tom McCarthy, che vidi giusto un anno fa. In quel film, c'era la denuncia della fine di un valore: quello dell'accoglienza e della libertà che hanno fatto grande e forte l'America del nord. Un messaggio forte e triste a testimoniare il cambiamento che è avvenuto negli USA dopo l'11 settembre 2001. In comune con Welcome c'è la constatazione anche per l'Europa si è alla fine di un sogno, la parabola della caduta di una civiltà. Il film di Lioret, oltre che storia drammatica di migrazione clandestina, è anche storia di sentimenti quali amore, amicizia, solidarietà e paura, in contrasto con leggi che negano di aiutare il prossimo, di attuare l'umanità verso chi soffre.

Distribuito in Italia l'11 dicembre scorso, il film, musicato da Nicola Piovani, ha vinto il premio del pubblico a Berlino. In Francia ha scatenato una violenta polemica che ha visto scendere in campo il ministro dell'identità nazionale Eric Besson: il regista, infatti, aveva paragonato le attuali leggi sull'immigrazione alle persecuzioni anti-ebraiche del '43. La Teodora film, distributrice in Italia della pellicola, ha elargito all'ONU una donazione proprio a sostegno dei rifugiati iracheni ed afghani.

Il regista Philippe Lioret è lo stesso che nel '94 diresse Tombés du ciel, in cui il protagonista, interpretato da Jean Rochefort, era un iraniano che, avendo smarrito il passaporto, passò settimane all'aeroporto Charles De Gaulle in attesa di un documento d'identità. Della storia si innamorò poi Steven Spielberg, che girò Terminal.

 
 
 
 
 
 
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