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Società & Tendenze

I black bloc al summit sul clima di Copenhagen

 
968 i fermati tra i manifestanti. Il blocco nero rovina l'ennesima manifestazione pacifica di 522 ONG. I dati di Germanwatch sul global warming. Di Laura Dantini
 
   

     
15 dicembre 2009
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Laura
Santini
   
black bloc
 
Reclaim the power: domani 16 dicembre a Copenhagen sarà questo lo slogan dei network internazionali - che hanno dato vita alla manifestazione di sabato scorso - e chesi sono convocate dalle 8 di mattina per un'Assemblea dei popoli. Una sorta di assise permanente in marcia che offrirà a contadini, sindacalisti, attivisti, indigeni, lavoratori e studenti dei Paesi più impattati dai cambiamenti climatici la possibilità di dire la propria rispetto alle soluzioni previste dai negoziati in corso. The world is watching!: Il mondo vi sta guardando, sarà la parola d'ordine del Climate Justice Now! coordinamento internazionale di reti e di ONG che chiederà a delegati e rappresentanti governativi di uscire dalla COP15 e ascoltare le richieste dei propri cittadini direttamente dalla loro voce. "La posta in gioco - spiega Alberto Zoratti, portavoce dell'organizzazione equosolidale genovese Fair dentro il CJN! - è molto alta. Il modello di sviluppo ha mostrato i suoi limiti in ogni ambito. Già oggi interi ecosistemi, comunità e Paesi sono a rischio, come le Isole Tuvalu, i Paesi africani o lo stesso Bangladesh. La mobilitazione della società civile globale vuole mettere al centro dell'agenda dei negoziati la questione di un nuovo modello di sviluppo".

E alla fine arrivano i black bloc. Anche a Copenhagen, sì. Anche per una manifestazione pacifica indetta da 522 organizzazioni non governative e associazioni ambientaliste di 67 paesi alla fine della prima settimana del tanto atteso summit (il quindicesimo) sul clima indetto dall'ONU.
Un dejà vu che qui a Genova conosciamo fin troppo bene - per il G8 e il suo inferno - per cui le notizie che arrivano da Copenhagen sembrano persino consolatorie in proporzione. Sono 968 i fermati, di cui la maggioranza già rilasciati e forse solo la metà veramente black bloc - e qui vengono spontanee alcune domande: perché prendere così nel mucchio?

Dalla piazza di fronte al Parlamento, nel quartiere di Christianiaborg, la manifestazione si è svolta per lo più pacificamente - come nelle intenzioni - attraversando la città per 7 km fino ad arrivare nel sobborgo che ospita il centro del summit, il Bella Center. (Guarda le immagini su Flickr). Intanto i lavori della conferenza proseguono. Lentamente, molto lentamente. E le sollecitazioni della manifestazione ad agire urgentemente (riducendo le emissioni di Co2 e, per i paesi più industrializzati, assumendo una maggiore responsabilità) sembrano una richiesta paradossale e irraggiungibile, data la complessità non solo dei temi ma piuttosto delle posizioni timide tenute dai singoli paesi.

Come volevasi dimostrare è tutto comprovato: nero su bianco. Dove? Dal Climate Change Performance Index 2010: una classifica - annuale - che rappresenta l'impegno dei vari paesi del mondo nella lotta al global warming, a cura dell’Ong Germanwatch e Can-Europe. Sotto la lente d'ingrandimento 57 paesi e quello che stanno facendo o meno a proposito di riduzione dei gas serra a partire da tre parametri: la quantità di emissioni, il trend di riduzione e le misure intraprese.

Se l'Italia se la cava piuttosto male (44° posto) - essenzialmente per politiche non messe in pratica - in questa hit parade non c'è qualcuno che se la stia cavando tanto meglio degli altri. Tant'è vero che il primo, il secondo e il terzo posto restano vacanti. Sembra più una sfida a chi fa di meno, quindi a posizionarsi tra gli ultimi. Ma qual è il problema? Carenza di buone pratiche o politiche adeguate. I colossi che continuano a sfidarsi (Cina e Stati Uniti, 53° posto) tanto per fare un esempio si collocano al fondo della classifica e la sfiducia reciproca risulta cristallina in questo report. Migliori performance da paesi come Brasile (4°, grazie all'azione contro la deforestazione), India (9°) e Messico, che riescono ad accappararsi le prime posizioni. Bene anche paesi da sempre all'avanguardia in fatto di legislazione e buone pratiche (tra cui Svezia, il Regno Unito e Germania). Tra gli ultimissimi? L'Arabia Saudita, che si merita uno zero tondo rispetto alle politiche, preceduta - attenzione e attenzione - dalla patria di Greenpeace: il Canada, penultimo perché ancora non ha annunciato i suoi provvedimenti. Da non credere! È come vedere il secchione di turno prendere 2. Peccato, finisce che qualcuno se ne approfitta.

Last but not least, insomma per non perdersi niente di Copenhagen, mercoledì 16 tutti sintonizzati per un'edizione speciale dell'Earth Hour (campagna clima del Wwf internazionale): l'iniziativa di Andy Ridley che ormai da due anni fa 'spegnere' il globo. Ridley - ovviamente a Copenaghen in questi giorni - mercoledì ha appuntamento con il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon quando gli consegnerà la sfera d'argento che rappresenta il Pianeta e con essa i messaggi e i video raccolti in tutto il mondo.

Il 16 dicembre Ridley vuole spegnere Copenaghen e soprattutto la sede del vertice, il Bella Center. Speriamo questa volta il block bloc si disinteressi di questa iniziativa.

 
 
 
 
 
 
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