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Viaggio in Groenlandia, tra natura e culture secolari

 
La spedizione in uno degli angoli più remoti del pianeta. La scoperta che un equilibrio tra uomo e ambiente è possibile. Di Ottorino Tosti, dalla community
 
eventi
Ottorino Tosti, membro della spedizione Saxum 2008, ci racconta ciò che ha visto nel corso del suo viaggio estremo in Groenlandia.

Saxum 2008 è l'unica spedizione italiana in Groenlandia nell'ambito delle iniziative dell'Anno Internazionale Polare 2007-2008. Ha ricevuto la Medaglia d'Argento della Presidenza della Repubblica. Tra i promotori il Progetto Carta dei Popoli Artici e l'associazione Ex-Plora Nunaat International.
Una importante sezione della spedizione è stata curata dall'Associazione Perigeo Onlus con il progetto Un Inuit per Amico, che ha coinvolto i bambini Inuit dei villaggi visitati in uno scambio di disegni con coetanei di diverse parti del mondo - Nency della Penisola di Jamal in Russia, Oromo e Surma dell'Etiopia e bambini di diverse regioni italiane - in un'ottica di incontro tra realtà, valori, culture e tradizioni profondamente differenti.
 
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5 dicembre 2009
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di Ottorino Tosti
   
Viaggio in Groenlandia
Viaggio in Groenlandia
 
C'è una bella canzone, in Ammassalik, che descrive perfettamente il rapporto fra gli Inuit e l'ambiente. Eccola.

Ero fuori nel mio kayak,
ero in mare nel mio kayak,
pagaiavo nel mio kayak.

Molto dolcemente pagaiavo nell’Ammassalik, il fiordo.
C'era del ghiaccio sull'acqua.

Sull'acqua c'era anche una procellaria
che girava la testa in tutti i lati senza vedermi pagaiare.

All'improvviso solo la sua coda, e poi più niente.
Si è tuffata, ma non per me:
una grossa testa era sull'acqua,
quella di una grande foca pelosa.

Una grande testa che mi guardava,
e i suoi baffi brillavano dove cadevano gocce d'acqua.
E la foca venne dolcemente verso di me.
Ma io non l'ho arpionata.

Perché? Forse per pietà?
Non l'ho arpionata,
forse perché era bel tempo
e la foca godeva del sole,
come me.

Costa della Groenlandia orientale, 65°53′ N - 37°47′ W, poco più di 50 Km. a sud del Circolo polare artico. Insieme di fiordi, canali, isolette. Una piccola popolazione dimenticata, poco più di 2500 anime fra adulti e ragazzi sparsi in una decina di villaggi perduti fra i ghiacci e le rocce: Kumiut, Isertoq, Tinitequilaq, Sermiligaaq, Ikateq... dove si vive esclusivamente di caccia e di pesca.

Praticata da oltre mille anni in equilibrio armonico tra il proprio sostentamento e la sopravvivenza delle specie, quali foche, balene e orsi bianchi, la caccia per questa popolazione ha sempre rappresentato, specialmente quella alla foca, l'unico elemento di sussistenza possibile. Paul Victor, l'esploratore ed etnologo francese che ne studiò attentamente lo stile di vita negli anni 1930, non a caso definì la loro Civiltà della foca.

La caccia è l'elemento centrale della cultura Inuit, essenzialmente un atto sociale che possiede ben precise regole di spartizione del cacciato, a ricordare che l'animale ucciso non è di proprietà del cacciatore che lo ha colpito, ma un dono offerto dalla Natura a tutta la collettività. Per questo deve venire condotta con parsimonia, e ogni parte dell'animale ucciso utilizzata, sia per necessità materiale, ma soprattutto ad evitare che una vita sia stata spenta invano.

Intorno ad essa gravita tutta una serie di atti che non hanno nulla a che vedere con la caccia così come la intendiamo noi occidentali, cioè un arido insieme di tecniche atte a catturare la preda. Per gli Inuit la caccia è un'attività che, in funzione della manifestazione sacrale che rappresenta, deve svolgersi secondo regole ben precise, e deve essere praticata solo da coloro che, mostrando rispetto verso il predato, riconoscono con umiltà la potenza superiore della Natura.

Da qui prende vita una serie di rituali che devono essere svolti prima e dopo l'uccisione dell'animale: allo squalo ucciso viene praticato un buco nella fronte per permettere all'anima di uscire e di liberarsi nell'immensità, mentre alla foca bisogna versare in bocca una manciata di acqua dolce. E, soprattutto,  bisogna chiedere perdono all'animale per averlo ucciso, e occorre spiegargli le motivazioni che hanno portato a privarlo della vita, ponendogli ben chiara che è stata la necessità di averlo cibo per se, per la propria famiglia, per la collettività, ad imporne l'uccisione.

Solo così il sacrificio di una vita non sarà stato una inutile barbarie, ma avrà fatto parte di una necessità cosmica, e le forze della Natura, non incollerendosi per l'uccisione, consentiranno ancora a tutta la comunità di avere cacciagione per la sopravvivenza.

Ed è questo principio di reciprocità - il cacciatore che rispetta i frutti della Natura, e la Natura che in cambio del rispetto ricevuto premia il cacciatore concedendo nuovamente se stessa - che ha permeato tutta la cultura Inuit, permettendo a questa popolazione di sopravvivere alle carestie più terribili. Infatti ogni uomo sapeva che, se una volta esaurito il proprio cibo avesse bussato alla porta del vicino chiedendo aiuto, avrebbe potuto condividere con lui qualche boccone. Il che gli avrebbe garantito qualche giorno ancora  di sopravvivenza, lasciandogli la speranza di un futuro più sereno.

Ideale, questo, impresso nelle culture delle popolazioni che vivono in ambienti difficili: è il principio della solidarietà e della condivisione, fondamentale per la sopravvivenza, che fra le popolazioni andine assume un carattere sacro, diventando l'Ayni, la condivisione di ciò che si possiede.

 
 
 
 
 
 
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