Capitalism: A Love Story
DOCUMENTARIO, 120'




Trent'anni di plutocrazia americana fatti a pezzi seguendo il doppio binario del giornalismo d'inchiesta e dell'illustrazione didattica: si va dai consueti siparietti animati (alcuni irresistibili, come il Cristo ridoppiato per adeguarlo alle pretese dei capitalisti bibbiofili) fino all'esibizione accademica di istogrammi. Tanti casi esemplari (le aziende che, assicurando la vita dei dipendenti per decine di migliaia di dollari, sono avvantaggiate dalla loro morte; il carcere minorile che viene finanziato in base al numero di detenuti, e dunque sovvenziona la contea locale in modo che condanni più adolescenti possibile) e tanti numeri: a ognuno il proprio giudizio sulla validità del teorema, ma il consiglio è di non perdere l'occasione di formarsene uno.
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Il nastro bianco
DRAMMATICO, 144'




1913. In un villaggio protestante della campagna tedesca abitudini ed equilibri sono scossi da alcuni inspiegabili fatti di sangue: l'insegnante del paese cerca di capirci qualcosa, ma i colpevoli sono insospettabili. Rigorosissimo studio di antropologia sociale firmato da Haneke: due ore e mezza di gelido bianco e nero, per dimostrare che le radici della follia totalitarista si diramano sotto il suolo dell'educazione repressiva. Faticoso, inquietante e bellissimo.
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Bruno
COMMEDIA, 83'




Siamo ancora dalle parti di Borat. La farsa è selvaggia e non si ferma davanti a niente: dalle trattative di pace in Medioriente (o Medio Niente, come lo chiama il protagonista, che confonde Hamas e hummus di fronte a due allibiti insegnanti palestinesi) alle adozioni nei paesi del Terzo Mondo (con un bimbo barattato con un I-Pod e poi chiamato Mike Tyson). Ma il bersaglio della satira è lo stesso - l'America rurale, xenofoba e omofoba - e il metodo anche: una miscela di fiction e candid camera. Che queste ultime siano vere o simulate, interessa poco: l'obiettivo sembra raggiunto.
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Lo spazio bianco
DRAMMATICO, 96'




Francesca Comencini va lodata almeno per una cosa: rifiuta l'idea che i cine-drammi domestici debbano per forza essere minimalisti e un po' sciatti. Il suo spazio bianco è fotografato e musicato bene, e la macchina da presa non è pigra come quelle cui siamo abituati.
Margherita Buy è un'efficace icona post-femminista, e dosa bene ironia e malumori.
Peccato per il contorno di macchiette un po' patetiche (la donna magistrato sotto scorta, l'uomo di umile estrazione ma dotato per le lettere, la compagna di sventura scurrile ma vitale) e per un livello generale della recitazione sotto la soglia dell'amatorialità: l'attore che interpreta il medico lascia a bocca aperta.
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