A Roma è arrivato il momento della commedia italiana: questa sera il tappeto rosso verrà calpestato da un esercito di semi-divi nostrani, capeggiati da Luca Argentero e Michele Placido. Tutti co-protagonisti di Oggi sposi, un balletto d'amori e litigi coreografato attorno a quattro matrimoni di diversa origine sociale: il cuoco e la cameriera; il magistrato e la zoccola; il banchiere mafioso e la zoccola; il poliziotto e una ragazza indiana che non si capisce bene cosa faccia (la zoccola?). Quattro storie variamente intrecciate che sono pretesto per una serie di gag che ironizzano su alcuni luoghi comuni della nostra società: il business dei matrimoni ad alto impatto mediatico; le collusioni tra finanza e malavita; gli impacci economici delle giovani coppie.
Il linguaggio è quello della farsa: le pretese di realismo lasciano spazio a situazioni volutamente stereotipate, e i personaggi alle maschere. Al punto che, secondo i canoni codificati mezzo millennio fa dai comici di piazza, gli attori indossano parrucche e usano una mimica parossistica. Ci sono il magistrato integerrimo, il poliziotto rubacuori, il cuoco pasticcione, il contadino di buon cuore, la zoccola arrivista, la zoccola pentita e una ragazza indiana che non si capisce bene cosa faccia (la zoccola?). Sui titoli di coda, un lungo ballo in costume che fa molto The millionaire.
Accettati e compresi i canoni della messa in scena, restano - sperando di non fare la solita figura del guastafeste, visto che anche in proiezione stampa sono fiorite le risate - pesanti dubbi. Dubbi non tanto pertinenti l'idea che la volgarità si satireggi con la volgarità (così è sempre stato), quanto che la satira stessa manchi completamente il bersaglio. E soprattutto che l'alternativa offerta sia persino peggiore della premessa. Emblematica la scena in cui il ricco promesso sposo di una aspirante velina sbotta dicendo: C'hai 27 anni, piantala de' mostrà le zinne e impara a lavà le mutande!!, scatenando l'applauso (dei giornalisti!). Per essere chiari: il bivio che definisce l'orizzonte culturale di chi pensa il film (ed evidentemente anche di chi ne ride), è tra mutande sporche e prostituzione.
Altrove la comicità è innocua, e strappa anche qualche sorriso, grazie alla verve di Placido e dello stesso Argentero. Ma la battuta più riuscita è: Papà, i suoi genitori vogliono un matrimonio hindu... Embé figliolo, ché volevate farlo in tre?.
La sensazione non cambia: la farsa o è rivoluzionaria o e contro natura, e questa di certo non è rivoluzionaria.
Per finire e garantirmi a vita l'immagine di snob acrimonioso, voglio dedicare giusto due righe al film più bello visto sinora al Festival. Si chiama The last station e racconta gli ultimi giorni di vita di Lev Tolstoj (Christopher Plummer), malato e conteso tra i compagni di ideologia e la moglie, sposata 40 anni prima (una meravigliosa Helen Mirren). I primi vorrebbero che nel testamento cedesse i diritti delle sue opere al popolo, mentre la donna, poco interessata alla politica, vede nella donazione un tradimento, sentimentale ancor più che economico. Quasi che, dopo una vita assieme, il marito le avesse rivolto le spalle per volgerle a una massa di sconosciuti.
Per quelli che hanno continuato a leggere l'articolo dopo la parola Tolstoj, aggiungo che il film è un melò sincero e commovente, e veicola un messaggio raro: bisogna usare la moderazione anche nel sostenere i propri ideali (Tolstoj non fa che ripetere ai suoi fedelissimi: siete molto più tolstojani di me...). Naturalmente non se l'è filato nessuno.