Il Festival di Roma, ormai lo si può dire, ha fatto una cura dimagrante. Meno eventi, meno film, ma anche meno confusione e una gestione più semplice dei biglietti. Dopo l'overdose veneziana - di feste, proiezioni, polemiche - la dieta sembra più un pregio che un difetto.
Il rischio è quello di una sottoesposizione mediatica, ovvero meno spazio su televisioni e giornali.
La via d'uscita, in questi frangenti, sono le grandi star hollywoodiane.
Oltre a George Clooney, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, il Festival ha ospitato con successo nel weekend Richard Gere, venuto a presentare Hachiko - A dog's story. Il film racconta una storia vera, spostando però la narrazione da Tokyo alla provincia americana.
Un professore universitario trova un cucciolo di razza akita nei pressi della stazione della sua città. Qui, ogni giorno alla stessa ora, un treno lo porta al lavoro. Il legame che si stabilisce tra i due è tale che, dopo la morte dell'uomo, il cane continua a recarsi tutte le sere alla stazione in attesa che il padrone torni. Per dieci anni, fino a che non passerà anch'esso a miglior vita.
Hachiko è in pratica il grado zero dei film incentrati sul rapporto tra uomo e cane. Avevamo visto qualcosa di simile pochi mesi fa con Io & Marley, un altro strepitoso successo. Ma in questo caso gli autori si sono spinti oltre. Non ci sono dialoghi o accadimenti degni di nota, a parte la morte del protagonista. Solo una serie di quadri in cui l'uomo e il cane giocano, corrono, mangiano assieme.
Per tecnica di messa in scena, e trascurando qualsiasi valutazione etica, il film non è molto differente da un porno. Ottiene, mediante la pura esposizione di un modello (lì un corpo nudo ben allenato, qui una figura canina dai tratti morbidi), una reazione non controllata: da una parte l'erezione, dall'altra la commozione. In nessuno dei due casi v'è mediazione intellettuale, né struttura narrativa a sostegno: solo un accumulo di episodi/rapporti standardizzati (il cane che gioca a palla, il cane che ruba una fetta di prosciutto, il cane che dimostra di comprendere il linguaggio umano, la scomparsa del padrone) che conducono al pianto/orgasmo.
Proprio come la pornografia, anche questi film hanno costantemente mercato. Inoltre, in anni in cui i rapporti umani a lungo termine sono l'eccezione piuttosto che la regola (è l'argomento di Up in the air, il film di Clooney), la fedeltà incrollabile e disinteressata dei cani è un succedaneo perfetto, e suscita passioni quasi mistiche. Vedere per credere: prati di fazzoletti spiegati e boati di ammirazione ad ogni comparsa del cucciolo.
Da notare che Gere si è presentato sul red carpet accompagnato da un esemplare di cane akita, e dalla moglie, ignorata a favore del primo. Fatto comprensibile e simbolicamente pertinente.