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George Clooney in 'Up in the air'
George Clooney in 'Up in the air'
 

Festival di Roma. Clooney: «Obama come Roosvelt e Kennedy»

 
Nella capitale per presentare l'irresistibile 'Up in the air', paragona l'attuale presidente a nomi storici del passato. E promette un film su Guantanamo. Di Giorgio Viaro
 
   

     
ROMA, 17 ottobre 2009
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   

Non è proprio tempo di relazioni stabili. Up in the air è l'ennesima storia di un eterno Peter Pan sulla via del ravvedimento. Il ruolo che Matthew McConaughey interpreta in tutti i suoi film, compreso il recente La rivolta delle ex.
Ryan Bingham (George Clooney) è un tagliatore di teste e nel suo campo è il migliore. Lavora per una società che si occupa di licenziamenti per conto di altre aziende: il provvedimento («il suo posto non è più disponibile» è la frase d'apertura di rito) va condotto con la massima sensibilità per evitare crisi suicide. O, peggio, denunce.

La ragione per cui Ryan è il migliore è che crede veramente nel messaggio che vende ai soggetti che sta liquidando: perdere tutto è un'occasione. «Chiunque abbia creato un impero è stato seduto su quella sedia», ripete come un mantra ai licenziati. Ogni legame, affettivo o lavorativo, è una zavorra che ci impedisce di spiccare il volo. E infatti lui passa la quasi totalità della sua esistenza in volo.

Di aeroporto in aeroporto, di albergo in albergo, di relazione occasionale in relazionale occasionale: casa, è un monolocale senza arredamento dove trascorre 37 notti su 365 («I giorni più miserabili dell'anno»). Casa sono due sorelle che non vede mai, al punto che il matrimonio della minore è una completa sorpresa. L'unico obiettivo dichiarato della sua esistenza è astratto: arrivare a 10 milioni di miglia di volo («Ci sono riusciti solo in 6: c'è più gente che è stata sulla luna»).

Fino a quando non conosce una donna apparentemente identica a lui, spiantata e felice del proprio isolamento, commessa di viaggio drogata di volo. Di qui in poi il film prende la direzione più scontata, rinunciando però a un finale consolatorio.
Up in the air
è una commedia neoclassica impreziosita da magnifici dialoghi che fanno le pulci a tempi di sconcerto emotivo e crisi generalizzata come i nostri (il lavoro di Ryan triplica grazie al crollo delle borse). Parte cinica, e finisce familista e conciliante, secondo tradizione.

Il vero valore aggiunto è la performance di Clooney che si conferma il miglior attore brillante vivente.
Peccato che quando partecipa in una conferenza stampa George diventi Mr.Hide, e non riesca a dire una sola parola fuori dagli schemi. Intervistare Clooney è come intervistare un calciatore di serie A: sapete cosa vi risponderà prima ancora di fargli la domanda.  

Ecco allora, tra le tante dichiarazioni di rito, le poche battute di peso.
«Che cosa penso del Nobel a Obama? Penso che faccio parte di un popolo che quando ha necessità di un grande uomo al comando è capace di sceglierlo, e mi vengono in mente Jefferson, Roosvelt e Kennedy».
E a chi gli chiede se sia mai stato licenziato, come capita a molti nel film e pure nella realtà , risponde: «Un tempo, quando vendevo scarpe da donna o polizze porta a porta, mi capitava spesso».
Infine, sul suo prossimo lavoro da regista, si sbilancia: «Vorrei girare un film sul processo per quanto accaduto a Guantanamo e le relative accuse a Rumsfeld, ma sto ancora cercando il copione giusto...».

 
 
 
 
 
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