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Lorenzo Licalzi
Lorenzo Licalzi
 

'La vita che volevo': intervista a Lorenzo Licalzi

 
L'autore di 'Io no' e 'Il privilegio di essere un guru' ci racconta il suo ultimo libro. Una raccolta di storie che parlano del rapporto tra il Caso e il Destino. Di Viaro
 
   

     
6 ottobre 2009
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   

«Leggere nel tempo libero, diciamo la verità, è faticoso. Iniziare un libro è come mettersi uno zaino in spalla e imboccare un sentiero in salita. Più avanzi e più la pendenza aumenta. Ma se il libro ti cattura, improvvisamente lo zaino si svuota e procedere è un piacere».
Parole e metafora di Lorenzo Licalzi, autore genovese divenuto celebre grazie ad alcuni romanzi di culto (Io no, Il privilegio di essere un guru, 7 uomini d'oro), che abbiamo invitato a raccontarci La vita che volevo.

Una raccolta di racconti, la prima dopo 6 romanzi, appena pubblicata da Rizzoli e già impegnata ad arrampicarsi sulle classifiche di vendita. «Le raccolte di racconti sono più difficili perché il lettore riparte ogni volta con lo zaino pieno. Ma i miei zaini non sono così pesanti...». Vero. E considerando che le duecento pagine del libro ruotano attorno ai concetti di Caso, Destino, Predestinazione, Libero Arbitrio e, non ultimo, alle prove filosofiche dell'esistenza di Dio, la leggerezza è una specie di prodigio.

«La filosofia è una passione che ho sempre avuto, ma la svolta è stata dopo la laurea in psicologia, quando ho iniziato a interessarmi di astrofisica. Quel che affascina è scoprire che esistono risposte scientifiche più o meno certe per questioni spirituali». E una delle chiavi della raccolta è proprio la dimostrazione, composta per storie, che Dio e il Caso sono l'uno necessario all'altro: «Il caso è il modo con cui Dio impara...». Niente paura comunque: i racconti, a volte brillanti, a volte drammatici, seguono le regole classiche della suspance, non certo quelle di una lezione accademica.

Al centro dell'attenzione, le scelte. Quelle che facciamo, e che determinano il nostro destino. Ma soprattutto quelle che non facciamo, e che ci avrebbero portato altrove. «Nessuno pensa mai alle cose che ogni giorno non ci capitano; alle cose che non succedono per caso: sono quelle che mi affascinano». Insomma, la vita che avremmo voluto, ma che non siamo certi di aver scelto, o saputo di poter scegliere.

Un esempio. Nel primo racconto, autobiografico, Licalzi afferma che fin quasi ai 40 anni riteneva più probabile sbarcare un giorno su Marte che pubblicare un libro. Ma la necessità di imparare a usare i programmi di scrittura per PC lo porterà, per puro esercizio, a stendere dei racconti. Racconti che diventeranno romanzi, pubblicati con successo. «È una situazione tipica in cui il Caso interagisce con le leggi naturali, con la predisposizione genetica: dovevo imparare a usare il PC per stendere delle perizie giuridiche, ma appena ne ha avuto l'occasione, la mia creatività ha preso il sopravvento».

Nessuna anticipazione sulle trame dei racconti, anche se le nostre preferenze ricadono su Quando si dice il destino, gustosamente perfido, e sullo struggente Le mani, piccola gemma di sincero romanticismo. Non c'è però una linea netta: alle volte il destino toglie tutto, alle volte regala l'imprevisto. Ma Lorenzo Licalzi è un ottimista o un pessimista? «Direi che sono un realista. La vita è crudele, ma quasi sempre sei contento di essertene accorto tardi».

 
 
 
 
 
 
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