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Società & Tendenze

La libertà di stampa e i figli del '68

 
I quarantenni di oggi sono estranei al dibattito politico: il sistema televisivo ha condizionato la loro capacità critica. Le riflessioni di Eugenio Musso dopo la manifestazione di Roma
 
   

     
Roma, 5 ottobre 2009
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di Eugenio Musso
   
libertà di stampa

Nei giorni scorsi ho raccontato a più di un amico che era mia intenzione andare alla manifestazione di Roma per la libertà di stampa, sabato 3 ottobre 2009. La reazione era più o meno sempre la stessa: «perché ci vai? Ti piacciono i comunisti?». Convinto del fatto che la mia generazione di quarantenni è totalmente estranea ai dibattiti politici, rinunciavo a spiegare il perché.
Salito sul torpedone che solo in 7 ore mi ha portato da Genova a Roma, capisco subito di essere in netta minoranza. Le prime dieci file popolate da cinquanta/sessantenni, le seconde dieci da venti/trentenni. Di quarantenni neanche l'ombra.

L'assenza non è giustificata, ma forse comprensibile: la mia generazione, oltre a rifiutare a priori i dibattiti impegnati perché nata nel '68, forse è anche la più colpita dall’attuale sistema televisivo. Avevamo 12 anni quando compariva sui televisori delle nostre case Torna a casa in tutta fretta c'è il biscione che ti aspetta.
Siamo noi quelli su cui sono state approntate e affinate tutte le attuali tecniche di comunicazione, noi a sorbettarci le prime telenovele. Non è possibile che tutto questo sia passato indenne.

Abbiamo assorbito e accompagnato giorno per giorno la crescita del sistema televisivo, modificando giorno per giorno la nostra capacità di critica. Lo slogan che li rappresenta pare essere Yes week end. Oggi siamo assuefatti, non ci stupisce più niente perché siamo inconsapevoli figli di questo prodotto. 
Se i miei coetanei fossero scesi in piazza a Roma una crepa si sarebbe potuta aprire dentro la loro inconsapevolezza. Forse si sarebbero annoiati durante il logorroico, quanto inutile, intervento del segretario della Fnsi Franco Sidi, ma avrebbero ascoltato la lezione del presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida e la lettura di un brano di Toqueville fatta da Neri Marcorè, comprendendo una volta per tutte che la libertà di stampa non è un problema di destra o di sinistra ma di pluralità.

In fondo nessuno dei miei amici coetanei, tutte persone di indubbia intelligenza, sostiene che sia normale che l'80% delle televisioni sia in mano al primo ministro. Molti però, proprio perché allevati all'ombra di questo sistema di comunicazione, anzi che rispondere a questo quesito, contrattaccano elencando le malefatte della sinistra, ricalcando in modo perfetto i meccanismi dei dibattiti televisivi con i quali siamo stati cresciuti, senza mai entrare nel merito delle questioni.
Così forse, fare 7 ore di pullman e ritrovarsi in piazza del Popolo, con una marea umana, poteva per una volta farci sentire vigili cittadini del nostro paese, e forse si poteva andare via convinti che la domanda corretta non era: «perché vai alla manifestazione?» ma piuttosto «perché non ci vai?».

 
 
 
 
 
 
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