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Cultura

«Il mio mistero innocente». Un racconto di Nando Dalla Chiesa

 
Lei veste e cammina in modo stravagante. E le sue movenze sono imprevedibili. Chi č questa donna che lascia senza fiato?
 
   

     
2 ottobre 2009
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di Nando Dalla Chiesa
   
treno

Lei arriva tutte le mattine a Genova Principe alle 9.42, al binario 20. Con il treno che parte da Milano centrale alle 8.05, binario 15, destinazione finale Grosseto. Che ci sia la pioggia o che ci sia il sole. In tutte le stagioni. Quando i vagoni sono afoni o quando pullulano degli amanti estivi della Maremma. Anche se non potrei garantire, in coscienza, che poi faccia quel percorso proprio tutti i giorni. Posso assicurare, questo sì, che lei c'è tutte le volte che su quel treno ci sono io.

La prima volta che la vidi rimasi senza fiato, non perché non mi sia abituato nella vita a incontrare scene e personaggi -diciamo così- irregolari. Ma certo il suo modo di vestire, di camminare, di scendere dal treno, le sue movenze imprevedibili appena toccato il marciapiedi della stazione Principe, mi colpirono a prima vista. Da subito mi interrogai su chi fosse, da dove venisse, perché scendesse a Genova. Pensai che doveva esserci qualche cosa della sua vita che si rifletteva misteriosamente nei suoi gesti. Quando la rividi la seconda volta lo pensai ancora di più. La principale ragione per cui veniva a Genova non era di lavoro, questo era lampante. E non era nemmeno turistica, pure questo si capiva. Forse era affettiva, sentimentale. Anzi, non poteva che essere così. Ricordo che mi domandai, e un po' me ne vergogno, come mai sbucasse sempre da uno scompartimento della prima classe. E non perché non avesse una sua stramba eleganza. Ma perché così, d'acchito, aveva più l'abbigliamento da seconda. Dopo tre o quattro volte che la incontrai e la vidi scendere con quella sua inconfondibile andatura, incominciai a pensare che forse non aveva nemmeno una ragione affettiva o sentimentale per venire a Genova. A meno che...

A meno che la ragione sentimentale non fossero i piccioni. Sì, proprio loro. Quelli che appena scendeva dall'ultimo vagone del Milano-Grosseto al binario 20 tra le 9.45 e le 10.10 (dipendeva dal ritardo del treno) arrivavano a stormi intorno a lei molestando o terrorizzando con il loro volo a mitraglia tutti i passeggeri in movimento. Iniziai perfino a pensare, assurdamente, che fosse quella la sua principale missione, la vera origine dei suoi viaggi a Genova. Perché se no, d'altronde, questa vecchina vestita di nero, piegata in avanti con un'inclinazione di settanta gradi, doveva venire ogni giorno da Milano a Principe con sacchi pieni di pezzetti di pane da disseminare sul marciapiedi della stazione appena scesa a terra?

Tuttavia questo interrogativo se ne trascinava dietro altri ancora. Perché ad esempio, se amava i piccioni, non se ne restava a sfamarli, senza fatica e senza spesa, in piazza Duomo? Forse amava, sopra tutti gli altri, i piccioni genovesi? E perché proprio loro? Forse perché da bambina aveva abitato qui? Me lo chiedo da tempo. Me lo chiedo ogni volta che la vedo uscire d'improvviso dal fondo del vagone. Ogni volta che la riconosco da quell'andatura tormentata e dai suoi sacchi generosi. Non ho mai avuto il tempo di seguirla, di vedere che cosa faccia in città e che treno prenda per il ritorno e dove dorma a Milano. È il mio mistero innocente. Il mio "vecchio in frack" degli anni Duemila. Purtroppo non la metterà in musica nessuno.

 
 
 
 
 
 
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