Ricordo perfettamente la prima immagine che ho in mente di Elisa: una ragazza timida e minuta, che si rivolgeva con pudore al gelato di Red Ronnie, impacciata, nel parlare, da una strana zeppola che la faceva sembrare davvero straniera. Già. Perché il primo oggetto di discussione, quando si affacciò sulla scena musicale italiana, fu proprio quello: ma è italiana? Il dubbio era legittimo: perché Elisa cantava (ribellandosi sul palco a tutta la propria timidezza) in inglese. Praticamente sconosciuta, era stata scoperta da Caterina Caselli, che l'aveva caricata su un aereo per la California con Corrado Rustici: produttore di casa nostra che ha lavorato con nomi importanti (non solo in Italia: da Baglioni ad Aretha Franklin, e se vi stona è voluto), e con cui aveva scritto e registrato il suo primo album: Pipes & Flowers.
È il 1997: anni in cui per cantare (e suonare) una canzone in inglese con il gruppo dei compagni di classe, ahimè, bisogna ancora farsi prestare il libretto del cd da qualcuno. Oggi che l'ultimo modello di IPhone riconosce per noi le canzoni che sentiamo alla radio, sembra un aneddoto da anni '60, quando i ragazzi dei complessi rallentavano i 45 giri per tirare giù i pezzi ad orecchio, eppure è roba di poco più di dieci anni fa, quando Internet doveva ancora invadere le nostre case con la prima cacofonia dei vecchi modem a 56k. Certo il mio amico se la prese un po' larga, e mi restituì quel booklet un anno dopo. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia.
Pipes & Flowers non fu un disco di particolare successo: lo dimostra se non altro il fatto che ne uscì presto una nuova edizione con un nuovo singolo (Cure Me, che Red Ronnie usò come sigla di Roxy Bar), per trainarne le sorti in classifica. Eppure, ha una serie di spunti interessanti.
Allora: Elisa è una ragazza di provincia, arriva però da quel crocevia di culture e sensazioni organizzato attorno al confine Nord Est dell'Italia: cresce a Monfalcone, poco distante dalla Trieste letteraria, ma si imbeve, anche, di musica anglofona. Canta (e scrive) in inglese, e tra le mani di un produttore ambizioso, questo è in primo luogo un ottimo passepartout per tentare la scalata alle classifiche straniere. Con una voce potente e grintosa, che ha raccolto impressioni dalle grandi interpreti di trent'anni di musica pop (nel senso più lato del termine), sembrerebbe molto adatta ad un progetto prima di tutto commerciale.
Attenzione! Sto scrivendo di quello che Elisa non è diventata, come già si capisce da questo esordio. Pipes & Flowers, con la fresca ingenuità di una ragazza appena diciottenne, è un disco multiforme e multicolore, in cui le timbriche e la modulazione della voce passano dalla travolgente energia della tradizione Soul e Rythm & Blues (declinate in abiti pop rock), a quelle delle contemporanee voci d'oltreoceano (ascoltate New Kiss e ditemi se non ci sentite un po' di Alanis Morrissette): il disco è la tecnica di Rustici al mixer (e alla chitarra) e l'istinto di Elisa, che canta e scrive modulando, senza filtro, pensieri e tentazioni sonore.
C'è l'istinto, e lo sforzo di coagularlo attorno ad un'idea precisa e concreta: tentativo che, in fondo, Elisa ha portato avanti per il resto della carriera, tra suggestioni elettroniche e tentazioni acustiche. Così è diventata, al di là delle capacità semplicemente tecniche o compositive, e del concreto successo commerciale, una delle giovani donne più importanti della musica italiana. E non solo per la voce. Restia alle categorie e all'incasellamento nei generi, costantemente in lotta con se stessa alla ricerca di un'identità: arriva al successo senza gavetta, ma usa la notorietà per fare, nel secondo disco, sperimentazione con suoni internazionali; si allontana, cantando in inglese, dall'ambito più mainstream della musica italiana, eppure atterra a Sanremo come un UFO e vince nel 2001 con il suo primo testo in italiano; scrive e collabora, negli anni, senza pregiudizi: dagli Avion Travel ai Gazosa.
Anche per questi motivi, Elisa rappresenta un vero e proprio unicum, nella musica italiana degli anni '90 (e consideriamo che ai '90, in realtà, appartengono solo i primi due album): la lingua, l'identità musicale cangiante. Un unicum che si rispecchia anche nei testi, rivolti verso l'interno, lontani dall'atteggiamento "militante" che molti, per ragione o per interesse, applicano in quegli anni.
Basta leggere il testo di Labyrinth: lo smarrimento c'è, ma è completamente intimo, lontano dalla società. Chissà: forse Elisa anticipa in qualche modo la rivoluzione "introspettiva" del pop italiano del nuovo millennio, lasciando ad altri il compito di raccontare quell'Italia di seconda repubblica. Ma questa, di nuovo, è un'altra storia: magari la prossima.