Il mio vicino Totoro
ANIMAZIONE, 86'




Secondo chi scrive gli esiti migliori dell'immaginario di Hayao Miyazaki sono quelli più liberi narrativamente e più infantili nello sguardo. Dove per sguardo d'infanzia si intende la capacità di vedere cose che con l'età sembrano scomparire (le misteriose creature dei boschi, i "nerini" delle vecchie case), ma anche di guardare con stupore quello che l'età non cancella, ma offusca (tutto il menù della Natura, la gentilezza di chi ci sta accanto). In questo senso Il mio vicino Totoro, racconto di due bambine che si trasferiscono col padre in campagna per stare più vicino all'ospedale dove è ricoverata la mamma, è un capolavoro né più né meno di Ponyo, ed è una delle vette assolute toccate dall'arte del Maestro giapponese. Un incanto per il cuore, per gli occhi e per la testa.
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The Informant!
NONE, 108'




La schizofrenia dell'arrivista. Steven Soderbergh mischia la sua vena impegnata (il recente dittico dedicato a Ernesto Guevara) e quella da commediante (la saga di Ocean) in un cinema vintage nell'abito, politico nella sostanza, divertente nella contingenza. Ma l'esercizio è più di stile che di valore: la storia del dirigente d'azienda che, tentando di nascondere all'FBI una truffa, monta un gigantesco castello di accuse contro la sua stessa azienda (colpevole quanto lui, ma per un diverso reato), si prestava sia a un'interpretazione comica che a una drammatica. E la scelta di un Matt Damon ingrassato, bolso e pelato, nel ruolo di uno 0014 (perché, sostiene, è furbo il doppio di 007) è vincente sul piano dell'intrattenimento, ma tutta di superficie. Un po' come il cinema di Soderbergh, impegnato da sempre a esibire autorialità e impegno, ma efficace solo come passatempo.
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Racconti dell'età dell'oro
COMMEDIA, 100'




L'età dell'oro cui fa riferimento il titolo sono i 15 anni della dittatura comunista di Nicolae Ceausescu, il che già la dice lunga sul tono ironico del film. 4 storie (etichettate come "leggende"), affidate a 5 registi diversi, ma impegnati tutti sul medesimo materiale, anche se il progetto, la sceneggiatura e il montaggio sono di Christian Mungiu (Palma d'oro a Cannes per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni). 4 racconti in cui le miserie sociali di un popolo e di un'epoca (il controllo politico dei media, la povertà latente che rende un cartone di uova un mezzo patrimonio e una banana un bel regalo di compleanno) emergono senza pietismi e autocommiserazione, bensì attraverso un umorismo grottesco e vagamente surreale, tipicamente est europeo (si veda, tra gli autori recenti, il cinema di Gyorgy Palfi, o quello di Nimrod Antal, che però declinano il surrealismo in chiave drammatica). Intelligente e istruttivo.
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Basta che funzioni
COMMEDIA, 92'




Un ritorno al cinema più autoreferenziale di Woody Allen, al punto che il racconto inizia con un lungo monologo, quasi un'invettiva, recitata dal protagonista (Larry David, esplicito alter ego) guardando in macchina. Una commedia surreale, a tratti perfida, ma in ultimo, e non è la prima volta, cautamente ottimista. Come se Allen, rovesciate sul pubblico tutte le sue idiosincrasie e le sue frustrazioni, svuotato e un po' in colpa, volesse risarcirlo con un soffio di speranza. Perchè se tutto è un tale disastro, nel lavoro come nella vita privata, in fondo ogni scelta va bene: basta che funzioni.
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Ricatto d'amore
COMMEDIA, 107'




Lamentarsi per le vecchiette arzille e i cani buffi in una commedia con Sandra Bullock è come lamentarsi per le sparatorie e le esplosioni in un film di James Bond. Ma da qui a Ricatto d'amore ce ne passa ancora parecchia di acqua sotto i ponti. Nessuno discute l'immortale efficacia delle storie d'amore interclassiste e intergenerazionali, specie se condite da proposte di matrimonio del principe azzurro di turno, ma a tutto c'è un limite: non c'è bisogno di scomodare Billy Wilder o Ernst Lubitsch per voltare lo sguardo di fronte a sequenze gratuite e sciatte come quella dello spoglierello del ballerino messicano o della danza indiana della nonna novantenne («per il vento, per la valle, per gli uomini con le palle», testuale nella traduzione italiana). Ricatto d'amore non è migliore di un film di Moccia o Brizzi: è scritto con i piedi, e sceglie quasi sempre la via più volgare per ottenere l'effetto desiderato. Che poi ci siano uomini che amano i film di Steven Seagal, è un'altra storia.
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