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Cultura
Nel nome del padre - Gianni Biondillo
 

'Nel nome del padre' di Gianni Biondillo

 
Claudia Priano alle prese con l'ultimo libro dello scrittore-architetto milanese. La storia - terribile ed incredibile - di Luca, ex marito, ed ex padre. La recensione
 

 
   

     
22 settembre 2009
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di Claudia Priano
   
 
Gianni Biondillo
Gianni Biondillo è nato a Milano, dove vive, nel 1966. Architetto, ha pubblicato saggi su Figini e Pollini, Giovanni Michelucci, Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Elio Vittorini. Fa parte della redazione di Nazione Indiana. È autore, fra gli altri, di Per cosa si uccide, Con la morte nel cuore, Per sempre giovane, Il giovane sbirro, Metropoli per principianti, Manuale di sopravvivenza del padre, tutti editi da Guanda.

Ecco un bel romanzo, "Nel nome del padre", (ed. Guanda, Pagg. 196, 14,50 Eu) che ci porta nel mondo maschile di chi soffre una separazione.

Come ha scritto Loredana Lipperini nel suo blog Lipperatura, l'autore Gianni Biondillo "(...)è uno dei non molti scrittori che io conosco che sta facendo, fra le altre cose, una riflessione sul maschile. Di cui necessitiamo, tutti, come il pane".

Sono d'accordo. Gianni Biondillo fa anche di più, anche se, come spiega all'inizio in una nota, non ha intenzione di esporre una tesi, "... non faccio sociologia", scrive. Il suo intento è quello di raccontarci una storia, terribile e incredibile anche, quella  di Luca, un ex marito che si ritrova di colpo a diventare anche un ex padre, e come tale a non avere più diritti, a non potere più sapere nulla della vita di sua figlia, a non poterla vedere addirittura per molti mesi. 

Biondillo ci prende per mano, ci chiede di sospendere il giudizio,  di seguirlo in punta di piedi e osservare "dal nostro cielo perfetto" la vita spezzata di un uomo, lacerata dalla sconfitta. Questo è ciò che ci domanda  l'autore, "farci corda tesa" e "vibrare con lui", con il protagonista, e aspettare. Aspettiamo. Aspettiamo e vibriamo. Nel frattempo ci troviamo davanti a una stanza in disordine, dove Luca, la sera della vigilia di Natale, ubriaco e sconvolto,  tiene un revolver tra le mani,  lo gira verso di sé, e se lo infila in bocca.

Da grande scrittore, Gianni Biondillo ci lascia con il fiato sospeso, la narrazione si interrompe e comincia un'altra storia, quella che ci aiuta a capire come si è potuti arrivare a questo. Due anni prima di quella sera ogni cosa sembrava a posto, c'era una cena con amici e figli, Luca era allegro come tutti gli altri, come Sonia, sua moglie, che compariva con un ricco vassoio tra le mani e la voglia di scherzare. Un matrimonio apparentemente perfetto, felice, due persone che si sono giurate amore eterno, che hanno messo su casa e hanno avuto una figlia, Alice. Ma succede qualcosa, che non scopriamo subito. L'autore ci rivela ogni cosa a suo tempo, con sapiente maestria ci conduce in un viaggio doloroso. È la storia di un lento percorso verso l'abisso, di una relazione che di colpo s'incrina, di una separazione dolorosa e piena di rancore, di odio, di rimpianti per una  vita che entrambi credevano sarebbe stata serena. E invece no.

Non capiremo tutto immediatamente, ma in una serie di colpi di scena e rivelazioni, ricostruiremo le vite di Luca e Sonia, traditi dalle loro aspettative, forzatamente compressi nei cliché che la società impone.

Due cose mi hanno colpita.

Una è la potenza narrativa, che trascina dalla prima all'ultima pagina. Noi siamo lì, con tutti i personaggi,  - li sentiamo veri e vicini - a cercare delle ragioni plausibili per il loro comportamento. Con una scrittura di grande forza empatica l'autore ci permette di identificarci con tutti gli esseri umani che abitano questo romanzo, con la disperazione di Luca e la sua incredulità, con la rabbia feroce di Sonia, con l'infelicità e la solitudine dei loro amici e conoscenti. E  soprattutto c'è la piccola Alice, un ostaggio, un campo di lotta, che subisce e non si azzarda a mostrare il suo profondo disagio agli adulti. Che se mamma e papà si gridano cose terribili, lei resta immobile davanti alla tivù, fingendo di non sentirle. Ma ci ritroveremo anche nella saggia speranza e determinazione di Gabriella, una donna coraggiosa che incontreremo lungo la strada, o nella prudenza e amicizia di Michele. Ho fatto fatica, alla fine, a separarmi da tutti loro. Anche in quell'abile epilogo (una chiusa perfetta!), che Biondillo chiama "Titoli di coda", volevo sapere ancora, sapere di più, restare in questa storia.

La seconda è che non ci sono luoghi comuni, nulla si banalizza, ma tutto diventa motivo di riflessione sulle nostre vite, su come sia necessario lottare con lucidità e fermezza contro schemi, leggi e stereotipi che non tengono conto delle persone. Luca, il protagonista, dovrà combattere, perché, come scrive l'autore,  " Non buttiamola in burletta, non trasformiamola in una chiacchiera da bar. Il dolore dell'umiliazione fa male a tutti. Se una legge è ingiusta è ingiusta. Che tu sia uomo o donna".

Urgono ponderate valutazioni sulla genitorialità condivisa anche nella separazione, considerando che i figli pagano sulla propria pelle le scelte degli adulti. In un paese civile questa dovrebbe essere una priorità.

"Nel nome del padre" è un romanzo solido e importante.

Che non ci lascia gli stessi e le stesse, dopo averlo letto.

 
 
 
 
 
 
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