SPEED DATE GALEOTTO
Guido e Sonia (Filippo Timi e Xenia Rappoport) si incontrano a uno speed date e iniziano a frequentarsi. Lei fa la cameriera in un albergo, lui il guardiano in una villa. Tutto procede a meraviglia fino al giorno in cui Guido decide di far visitare a Sonia il parco attorno alla casa: una banda di delinquenti si infila in casa e prende i due in ostaggio...
Questo l'incipit de La doppia ora, ultimo film italiano in concorso alla Mostra di Venezia, recuperato da Marco Muller per la selezione ufficiale quando già era stato destinato a una delle rassegne collaterali.
Il film condivide i produttori con La ragazza del lago, presentato a Venezia tre anni fa, e l'affinità è evidente. Come accadeva per il lavoro di Molaioli con Tony Servillo, La doppia ora è un film di "quasi-genere": si presenta come un thriller ma poi, invece di "sporcarsi le mani" portando le premesse fino alle estreme conseguenza, si trasforma in uno studio di caratteri. La struttura narrativa è in questo senso esemplare, con il colpo di scena che irrompe quando ancora manca un terzo di film e un lunghissimo epilogo a carte scoperte che diviene un attesa senza sfogo.
VORREI MA NON POSSO
I modelli citati da Capotondi sono addirittura Argento e Polanski ma, anche se nel secondo caso l'eredità è evidente (la storia quasi clona l'idea di un suo film), il risultato conferma che prima di dedicarsi agli esercizi di stile, alle variazioni su un genere, sarebbe buona cosa dimostrare di sapere gestire quel genere in modo classico.
La doppia ora finisce così per essere un modello esemplare dello stato del nostro cinema, ingolfato di autori veri o presunti, ma incapace di produrre cinema commerciale di respiro internazionale.
CUCINA PER L'ANIMA
Una questione, quella del cinema commerciale europeo (o d'essai), che emerge con evidenza ancor maggiore assistendo all'altro film in concorso oggi, Soul Kitchen, di Fatih Akin. Akin, turco trapiantato in Germania, abituato a drammi e melodrammi che indagano le relazioni antropologiche e sociali tra il suo paese d'origine e quello d'adozione (La sposa turca, Ai confini del paradiso), sceglie stavolta la sua Amburgo per divertirsi con la storia di due fratelli impegnati a gestire un disco-restaurant di periferia (il Soul Kitchen del titolo), tra minacce di chiusura dell'Ufficio d'Igiene e un cuoco isterico che vorrebbe servire nouvelle cousine a camionisti e pescatori che desiderano solo una pizza.
Una commedia dunque, e una commedia in piena regola, che non ha (appunto) paura di sporcarsi le mani con gli strumenti del genere (tradimenti, ripicche, voltagabbana, colpi della strega, capitomboli). Akin mette la sua ormai matura esperienza d'autore al servizio di un film commericiale ma non stupido, divertente ma misurato, che si chiude con 15 minuti di applaqusi della stampa (diffidate invece delle proiezioni per il pubblico, ingombre di "amici" e addetti ai lavori) compiendo il processo inverso a quello di Capotondi, che finge un disegno thriller per finire invece con una inessenziale dichiarazione di stile.
POESIA CHE MI GUARDI
Segnalazione, infine, per il dolente e suggestivo documentario di Marina Spada, Poesia che mi guardi, presentato alle Giornate degli Autori.
Il titolo è tratto da una delle poesie più belle di Antonia Pozzi (Poesia che ti doni / Soltanto a chi con occhi di pianto / Si cerca / Rifammi tu degna di te / Poesia che mi guardi) e unisce il racconto della vita della poetessa (morta suicida a 26 anni nel 1938, e ormai considerata tra le voci più importanti del Novecento) a prezioso materiale di repertorio (fotografie, ma anche rarissimi filmati in 8mm giratidalla stessa Pozzi) e alla vicenda narrativa di un gruppo di giovani poeti, gli H5N1, che credono nella funzione sociale della poesia e appendono le proprie composizioni sui muri di Milano.
L'incontro con una regista innamorata del percorso artistico e umano della Pozzi, li porterà a elaborare un progetto per condividere con tutta la città le parole della poetessa.