UN ALTRO VALZER 1982, prima guerra del Libano. Un carro armato israeliano con compiti di retroguardia attraversa una cittadina già bombardata dall'aviazione, in cerca di sacche residue di resistenza. Al suo interno ci sono quattro ragazzi poco più che ventenni: il comandante del carro, rigoroso e severo; il ragazzo che deve caricare il cannone, che sta per finire la leva e pensa solo a tornare a casa tutto intero; e due giovani reclute, una delle quali manovra le bocche di fuoco ma è bloccata dal terrore. Agguati terroristi, contadini arabi massacrati per errore, falangisti cristiani assetati di sangue. E la minaccia di un agguato imminente che tiene tutti sulle spine.
Samuel Maoz racconta una guerra di cui è lui stesso reduce - all'epoca era un carrista ventenne e spaventato proprio come i suoi protagonisti - girando il proprio film come un atto di espiazione, non diversamente da Ari Folman in Valzer con Bashir. La differenza sostanziale è che mentre Folman riesce a unire analisi documentaria e sguardo visionario, fotografia e sogno, trasfigurando orrore e colpa attraverso la bellezza, Maoz dissipa un'intuizione promettente (girare l'intero film all'interno della cabina del carro armato, facendone un dramma da camera e focalizzando tutta l'attenzione sul tratteggio psicologico dei protagonisti) con una sceneggiatura troppo meccanica. E così l'esemplarità dei caratteri (il codardo, il cinico dal cuore d'oro, il duro che perde la testa) e delle situazioni (la donna che vaga tra le macerie, il falangista che minaccia il prigioniero) inchioda tutto il racconto a uno svoglimento meccanico che neutralizza la forza del documento, trasformando la Storia in storia (invece del contrario). Il film, accolto da calorosi applausi a fine proiezione, si candida comunque a un posto nel palmares.
LO SPAZIO BIANCO TRA DUE BUONI FILM Presentato in concorso anche Lo spazio bianco, di Cristina Comencini. Un'insegnante di italiano di una scuola serale, esaurisce la relazione con un uomo conosciuto in un cinema con una pesante eredità: aspetta una bambina, che nasce prematura al sesto mese. Iniziano così due mesi di veglia ospedaliera, di attesa senza certezza, aspettando che la neonata impari a respirare da sola e possa essere estratta dall'incubatrice.
La Comencini sceglie una colonna sonora di pop sofisticato e un'ironia tagliente per cercare di alleggerire il carico del melò, ma naufraga drasticamente nella direzione degli attori (capaci solo di raccontare le battute, mai di recitarle, tipico malanno italiano) e nelle troppe righe dello script forzosamente letterarie (il lungo monologo telefonico in cui la Buy racconta come vorrebbe crescere sua figlia, quello in cui elenca all'amico professore le cose che desidera da un uomo...), che potevano funzionare sulla pagina scritta ma non hanno alcun senso in un film realista. Ma la cosa peggiore è l'implicito ricatto morale imposto da un film che pretende appoggio mostrando neonati ammalati, lacrime e proclamazioni femministe, e uomini di mezza età senza istruzione ma pieni di talento.
COME FAR VENIRE UN INFARTO A UNA CAPRA Ben altra statura politica e artistica ha, ed è un paradosso, un film (comico) presentato fuori concorso e gonfio di star hollywoodiane: The men who stare at goats, con George Clooney, Ewan McGregor e Kevin Spacey. Cosa accadrebbe se l'addestramento dell'esercito americano fosse plasmato su teorie new age e uno stile di vita hippie, in quanto strumenti per sviluppare poteri psichici? L'intuizione di base è usata non soltanto per raccontare il conflitto tra due filosofie agli antipodi (la cultura militare e quella sessantottina) sfruttandone tutte le possibili leve comiche, ma anche e soprattutto come arma di satira antimilitarista (secondo modelli augusti che vanno da Altman ad Abrahams) e, nello sviluppo del racconto, come metafora del fallimento del sogno americano.
E così la storia del giornalista che parte per l'Iraq (Ewan McGregor) per dimenticare la fidanzata e finisce incastrato nella misteriosa missione di un "soldato psichico" (George Clooney, capace di bloccare il cuore di una capra con la sola forza del pensiero), procede per irresistibili gag slapstick senza mai perdere il retrogusto dell'indagine antropologica.
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