NEWS 2009
La prima notizia è questa: la locandina del film della Comencini, Lo spazio bianco, è verde.
Poi.
Al Lido, l'area del Festival è tutta sotto sopra a causa dell'enorme cantiere che ospita i lavori per il nuovo Palazzo del Cinema. Ora c'è molto meno spazio per circolare. Inoltre si entra da dove un tempo si usciva, e viceversa. C'è anche una sala nuova di zecca, costruita dove una volta c'era solo uno spazio vuoto adibito all'accidia collettiva. Le conseguenze sono molteplici: i decani della Mostra (specie quelli in là con l'età), privati dei punti di riferimento, sbattono gli uni contro gli altri o precipitano nei canali. Inoltre la gente cerca nuovi spazi dove bivaccare tra un film e l'altro: i divanetti sul terrazzo del Casinò sono contesi con tranelli e lanci di arachidi.
LA GRANDE GUERRA E I BEI VECCHI TEMPI
I film. Iniziare il Festival con la versione restaurata di La grande guerra di Monicelli è un colpo basso per tutti. Mostra come fino a qualche decennio fa il nostro cinema popolare fosse tale non perché rincorreva i gusti del pubblico, ma perché sapeva veicolare messaggi alti con un linguaggio visionario e al contempo accessibile a chiunque. Il film, ancora oggi, è divertentissimo e commovente, e testimonia come l'intelligenza più limpida conosca sempre la via della semplicità per esprimersi. Essere all'altezza di maestri del genere è, oggi, poco più di un'utopia.
BAARI(LL)A
"Se vuoi racccontare il mondo, racconta il tuo paese", è la frase di Giuseppe Tornatore che meglio esprime l'anima del suo film Baarìa. Storia di tre generazioni di figli maschi cresciuti nel borgo siciliano e di un'educazione umana e politica che nasce rivoluzionaria per maturare riformista ("Chi è un riformista papà?"; "È chi sa che a sbattere la testa sul muro si rompe prima la testa del muro; chi pensa che le cose si devono cambiare senza passare sopra alle persone"), il film è quasi una sequenza di sketches autonomi, in gran parte tragicomici, che si compongono pian piano in un paesaggio storico e umano. Un paesaggio che pare sia piaciuto particolarmente a Silvio Berlusconi, che l'ha definita la storia di un comunista idealista che, dopo un viaggio in Russia, torna deluso e decide di moderare le sue posizioni. Stimolato a soffiare sul fuoco della polemica, Tornatore risponde prima con ironia: "Non sapevo che il premier fosse anche critico cinematografico", poi con buon senso: "I complimenti fanno sempre piacere: non so se Berlusconi sia direttamente il produttore del film, ma se lo è sono ancora più contento: i produttori di solito non sono mai contenti".
Il film soffre però del suo stesso gigantismo: l'abbinamento della fotografia patinata e delle straripanti ouvertures di Morricone, insieme all'abuso del dolly (la macchina da presa posta su un lungo braccio meccanico che permette panoramiche aeree), creano la straniante sensazione di passare metà del film (e oltre) dentro uno spot della Barilla. Piacerà molto a chi ha amato The millionaire.
QUANTO CI PIACE L'HORROR
Molto si è detto della scelta di Marco Muller, direttore del festival, di selezionare, tra concorso e sezioni collaterali, un gran numero di horror. Il primo in programma è stato [REC]2, sequel dell'omonima pellicola spagnola presentata a Venezia due anni fa e diretta a quattro mani dagli specialisti Jaume Balaguerò e Paco Plaza. La storia è quella di un'epidemia di rabbia, di origine demoniaca, che si diffonde tra i residenti di un condominio. Nel primo episodio il taglio documentaristico era garantito dalla presenza in loco di una troupe televisiva, mentre stavolta sono i militari che irrompono nell'edificio a disporre di caschetti con microcamere. I rigidissimi limiti dell'operazione (simulare una presa video in diretta e in tempo reale, un po' come accadeva in Cloverfield) trasformano l'esecuzione in un continuo vistuosismo un po' sfiancante, ma il ritmo è ottimo per tutti gli 85 minuti di durata e gli spaventi assicurati.