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Tinto Brass
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Tinto Brass torna al Festival di Venezia: «Ma io non sono cambiato...»

 
Lo stato del cinema italiano, i tagli sul FUS, la Mostra del Cinema e la sua nuova Musa. Chiacchierata a 360 gradi con il regista veneziano. Di Viaro
 
   

     
7 agosto 2009
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
 
Tinto Brass (1933) è nato a Milano da una severa famiglia di origine giuliana. Si trasferì giovanissimo a Venezia e nel 1957 si laureò in Giurisprudenza a Padova. Appassionato di cinema, sul finire degli anni '50 trascorse un biennio come archivista alla Cinémathèque di Parigi, avvicinandosi agli ambienti della nascente Nouvelle Vague. Già assistente di maestri del cinema come Rossellini e Ivens, esordì nella regia con il lungometraggio In capo al mondo (1963).

Dopo essere stato coinvolto in alcune produzioni di carattere commerciale, il regista tornò a moduli espressivi più intimi con Col cuore in gola (1967), L'urlo (1968), Nerosubianco (1969; nella cui locandina il regista, scrivendo in stampatello le lettere dalla seconda alla quinta, creava un emblematico gioco di parole), Dropout (1970) e La vacanza (1971). Il sesso ed il suo particolare rapporto col potere e col denaro diventa invece tema centrale di Salon Kitty (1975) e della ricostruzione storica Io, Caligola (1980).

Deciso ad abbandonare il cinema "serio" (o "serioso", come dice lui) per dedicarsi alla commedia erotica all'italiana, nel 1983 Brass girò La chiave con Stefania Sandrelli, spostandosi poi gradatamente verso una trattazione sempre più disinvolta dei tabù dell'erotismo. Puntualmente accompagnati da un alone di scandalo escono poi Miranda (1985, con Serena Grandi), Capriccio (1987, con Francesca Dellera), Paprika (1991, con Debora Caprioglio), Così fan tutte (1992, con Claudia Koll), L'uomo che guarda (1994), Monella (1998), Tra(sgre)dire (2000) e Senso '45 (2002, con Anna Galiena). A 70 anni gira anche Fallo! (2003), mentre il successivo Monamour (2005) esce direttamente in DVD l'anno successivo.

[da Wikipedia]

«Nihil umanum mihi alienum puto. Ora che sono stato riammesso nelle sfere dell'alta cultura posso anche permettermi queste citazioni...». Se la ride Tinto Brass, e con la sua risata roca e sincera, che sembra sempre un abbraccio, accompagna il magnifico aforisma di Terenzio (nulla che sia umano mi è estraneo), dedicandolo al direttore della Mostra del Cinema di Venezia Marco Müller, che dopo 42 anni gli ha riaperto le porte della più importante vetrina italiana dedicata alla settima arte.

Una decisione da accogliere con entusiasmo, perché rivolta ad un autore importante ma spesso emarginato - aldilà degli alti e bassi della sua produzione - per l'atteggiamento politicamente e artisticamente sfacciato. «Müller è quello che si dice un intellettuale illuminato, un ingordo di cinema e di novità. E d'altra parte, se sono stato riammesso, o sono cambiato io o sono cambiati "loro": e io non sono cambiato di certo...».

Brass presenterà alla Mostra il nuovo cortometraggio Hotel Courbet, prodotto da Sky e ispirato al quadro L'origine du monde di Gustave Courbet (appunto), un corto che dovrebbe diventare l'episodio pilota di una serie di sei o dodici short movies erotici, tutti diretti da lui. A Venezia Hotel Courbet è inserito nella sezione Questi fantasmi, un contenitore di pellicole sommerse o dimenticate del nostro cinema, per il secondo anno consecutivo nel programma lagunare. Contenitore in cui sarà presente anche Nerosubianco, proprio il film che a suo tempo costò a Brass l'esilio.

Ma perché, nel 2009, non esiste più una cultura del cinema erotico in Italia, che era invece vivissima 30 anni fa? «Perché sono scomparsi i canali di fruizione. Oggi c'è solo Internet, dove però il discorso sull'erotismo riguarda l'erezione e non l'emozione. È pornografia industriale che, per carità, va benissimo, ma prescinde completamente dallo studio di un linguaggio. Per fortuna ci sono i DVD, ultima frontiera di libertà, che hanno consentito al mio cinema di rimanere vivo e di circolare nel mondo, superando preconcetti ridicoli con cui spesso mi sono scontrato in Italia».

Da qui il discorso si allarga facilmente alle proteste per i tagli al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) «che trovo ovviamente un provvedimento aberrante, quanto prevedibile, se il ministro Tremonti dice che invece che parlare di questo, dovremmo parlare di polenta. D'altra parte la decadenza del nostro cinema è iniziata quando in Italia produzione e distribuzione si sono trasformati in un duopolio Mediaset - RAI, così che oggi i produttori sono dei semplici passacarte. Una volta si girava di produttore in produttore fino a che non si trovava quello giusto, oggi si può solo scegliere tra le scoreggette di Mediaset e i santini della RAI, come dice Busi».

Tornando al suo ultimo lavoro, chiediamo a Brass come sia arrivato alla singolare scelta di Caterina Varzi, psicanalista e avvocato, come protagonista. «È una collaborazione che nasce in modo meta-cinematografico. Ho incontrato per la prima volta Caterina nelle vesti di avvocato: doveva redigere un contratto per la pubblicazione di un DVD. Poi il progetto è diventato altro, ed è diventata altro anche lei: non era più solo un'intermediaria, ma anche l'interlocutrice diretta, la persona che doveva intervistarmi per arrivare all'accordo. È stato l'inizio di una seduzione reciproca, anche se già al primo vederla io ero stato colto dalla Sindrome di Stendhal. È bellissima. È la mia musa ermeneutica: non una semplice fonte di ispirazione, ma colei che interpreta le mie ossessioni, che evoca e comprende i miei fantasmi».

 

 
 
 
 
 
 
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