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Chi non lavora non fa l'amore

 
Da Nashville al world wide web, la molto vera storia atipica di un percorso professionale come tanti
 
   

     
01 maggio 2001
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di
Fabrizio
Casalino
   
Ho proposto - e se scrivessimo un articolo sulle nostre esperienze lavorative?- Bravo, buona idea. Fallo tu.
Regola numero uno nel mondo del lavoro: occhio a quello che dici.

Negli ultimi tempi ho fatto, come parecchi di voi, un po' di tutto.
Ho cominciato alla grande: sono emigrato a Nashville.
E chi se ne frega? Direte. Invece è stato utile. Ho capito che l'inglese è fondamentale. E che se non sai l'inglese non c'è verso di trovare lavoro. Se poi il lavoro lo cerchi a Nashville, e ci vai convinto di saperlo parlare, ti accorgi subito che in America non parlano inglese, ma una lingua incomprensibile tutta loro, e tanto è lo stesso, perché laggiù lavorare è vietato, a meno che tu non sia americano o in possesso di un visto di lavoro. Per avere il permesso di lavoro devi essere previamente assunto quando ancora sei in Italia. Come dire: scordatelo.

A parte questo l'esperienza americana è stata davvero entusiasmante: ho girato tutti gli Stati Uniti suonando con gente simpatica, non ero autorizzato a farmi pagare i concerti, in compenso ero autorizzato a spendere tutti i soldi che mi ero portato.

Al ritorno ho deciso di sfruttare il mio secondo asso nella manica: una laurea in legge (sono pieno di risorse).

Ho dovuto prima di tutto modificare drasticamente il mio look da cantautore americano (capelli lunghi, jeans strappati, pizzetto, faccia da "ho percorso innumerevoli strade sino a qui") e mi sono trasformato in un personaggio appena uscito dall'ultimo thriller legale di John Grisham (capelli cortissimi, giacca e cravatta, sbarbato, faccia da "un destino radioso renderà giustizia agli oppressi grazie a me") e ho bussato alla porta di uno studio legale. Eccomi avvocato. O meglio, praticante. Non è difficile essere "assunti" in uno studio come praticante, anche perché la pratica dura due anni, durante i quali gli aspiranti avvocati si fanno veramente in quattro seguendo i processi, lavorando sino a notte fonda senza essere pagati. C'è tempo. Farai i soldi dopo, verso i quarant'anni. Per adesso ti sbatti.

Non so voi, ma io sono un irrequieto. E il Palazzo di Giustizia è un luogo molto opprimente, un susseguirsi di code alla cancelleria, enormi fascicoli dappertutto, ti sembra di stare in un romanzo di Kafka. Insomma, devi essere parecchio motivato. Non so se è il mio caso.

Allora provo qualcosa di più divertente. Riprendo la chitarra e mi metto a fare il comico. Funziona parecchio. Mi diverto, la gente ride. Mi pagano! Incredibile. Ma tanto da viverci? No, non ancora. E poi fare il comico tutta la vita è dura... Allora estraggo un altro asso. Metto assieme un curriculum con tutte le cose assurde che ho fatto nella vita, e mi lancio nella New Economy. Internet.

Vediamo se c'è qualcosa anche a Genova. Rispondo all'inserzione. Eccomi qua, adesso sono un web editor, e in fondo non mi posso lamentare. Per arrivare qui mi è stato necessario: essere in grado di scrivere un buon italiano, conoscere l'inglese, girare il mondo, suonare la chitarra, saper fare ridere la gente, avere una laurea in legge.

Dopo tutto, al giorno d'oggi, il lavoro bisogna inventarselo.

Cliccate qui per sentire Alberto Sordi, nella grande sequenza de i Vitelloni
 
 
 
 
 
 
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