Il Design Week, che si è svolto a Istanbul dal 16 al 20 giugno, ha trasformato per quanto ancora possibile, le affollatissime vie della città turca in un caleidoscopio di eventi e manifestazioni sulle forme più interessanti del design internazionale.
Una mostra più di altre ha reso omaggio alla città, proponendo una vasta rassegna di progetti concepiti nelle aree Mediterranee, con grafiche, fotografie e prodotti, provenienti da decine di paesi europei, asiatici e africani, affacciati sul Mediterraneo, ed organizzata dalla Facoltà di Architettura e Design di Palermo.
Parlare di questi eventi, tra il culturale e il mondano, è un semplice pretesto per parlare di Istanbul, delle sue strade, dei suoi negozi, della sua luce, dei suoi abitanti.
La città dei negozi e dei Bazar, nei quali le età del ferro, del rame e dell'oro si mescolano impunemente nelle vetrine, delle spezie esposte in stracolmi contenitori aperti, così che il colore è l'odore di quei luoghi è lo stesso dello zafferano, del cumino e dal cardamomo di cui sono impregnati, delle stoffe e dei rasi, delle sete straordinarie e delle tessiture fintamente ricche, che impoveriscono al tatto come in una scenografia di Luzzati.
Anche nel cibo di strada Istanbul è speciale, perché è impossibile non fermarsi a provare il vero Kebab o Kebap, servito non arrotolato ma nel piatto e mangiato seduti o in piedi appoggiati da qualche parte, che indica una serie di portate di carne, tutte diverse tra loro. Molti i chioschi con le pannocchie bollite o alla piastra, il pane appena sfornato, i dolci di pasta sfoglia e miele da mille e una notte.
Ma il panino con il pesce azzurro appena pescato e cucinato sulla piastra rovente di grandi pescherecci ormeggiati sull'irrequieto mare del Corno d'Oro, resta la più sorprendente metafora del cibo da strada. Cucinato in mare e servito a terra in uno sciame di mani protese a servirlo dalla barca e altrettante ad afferrarlo dalla riva, per non farlo ricadere nell'acqua da cui è stato pescato, tra il fumo acre della piastra, i riverberi del mare, le asfissianti cantilene dei pescatori.
È alle otto di sera, con il cielo azzurro del tramonto, che si rinnova la quotidiana poesia di Istanbul, quando i muezzin delle più straordinarie Moschee, innalzano dal cielo dei loro minareti, litanie seducenti, senza tempo.
Andare a Istanbul è esperienza unica che stabilisce un prima e un dopo. Ci si accorge quasi subito, dopo averla visitata, che qualcosa non sarà più come prima, come dopo il primo amore o la nascita di un figlio. Nella testa iniziano a formarsi immagini, rumori e odori che sono gli stessi di quella città, che scompaiono e ricompaiono quando meno te lo aspetti per diventare riferimento, misura, paragone, per valutare e comprendere altri luoghi; come se Istanbul fornisse non solo un prima e un dopo, ma un come, un cosa, un dove, un'infinita serie di altri parametri, utili per definire la consistenza di altre città.
Nel film Bagno Turco - Hamam del regista Ferzan Özpetek, Francesco (Alessandro Gassman) si reca a Istanbul con la moglie per tentare di gestire un Bagno Turco ereditato dalla zia Anita, la quale gli descrive in una lettera la città di Istanbul come un luogo che, raggiunto anche la prima volta, sembra lì ad aspettarti da sempre. A questa idea di città accogliente ed informale, potente e generosa, descritta dalle parole della zia Anita, corrisponde la grande civiltà del suo popolo, la sua dignità, la sua eleganza, la sua bellezza.