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Cultura

 

La Biennale di Venezia vista da Cesare Viel

 
Pił di 90 artisti di varie nazionalitą e generazioni in mostra. Da non perdere Mona Hatoum con 'Interior Landscape' e Bruce Nauman con 'Days/Giorni'. Lo sguardo di un artista
 
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Venezia, 10 giugno 2009
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di Cesare Viel
   
Roberto Cuoghi (Biennale di Venezia 2009)
Roberto Cuoghi (Biennale di Venezia 2009)
 
Per tutte le informazioni il sito web ufficiale della Biennale di Venezia è: www.labiennale.org

Il catalogo della 53esima edizione della Biennale di Venezia è edito da Marsilio.

Cesare Viel: leggi anche su mentelocale.it
- Tutto Cesare Viel a Villa Croce
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Molte, forse troppe, anche questa volta le cose da vedere alla 53. Biennale di Venezia - dal 7 giugno al 22 novembre 2009 -, intitolata  quest’anno Fare Mondi, e diretta dallo svedese Daniel Birnbaum, classe 1963, finora il più giovane direttore chiamato a guidare il settore arti visive della Biennale. Sotto il segno della pluralità e della differenza, lo stesso Birnbaum afferma a proposito della sua mostra allestita all’Arsenale e ai Giardini, nell’ex Padiglione Italia, con più di 90 artisti di varie nazionalità e generazioni: «Fare Mondi è una vasta mostra, non divisa in sezioni, che articola temi diversi assemblati in un’unica struttura. Un’opera d’arte è più di un oggetto, più di una merce. Rappresenta una visione del mondo e deve essere vista come un modo di costruire un mondo».

Come al solito occorre una buona resistenza psicofisica, e almeno due o tre giorni per poter passare dai padiglioni nazionali all’interno dei Giardini a quelli distribuiti un po’ ovunque all’esterno, dagli spazi tradizionali all’Arsenale a quelli nuovi aperti per gli eventi collaterali. Per non parlare delle tante mostre nei musei e fondazioni cittadine. L’intera città si trasforma in una labirintica rete di luoghi e occasioni espositive.
Necessario armarsi di una mappa per scegliere dove andare, stabilendo le proprie priorità. Proprio per questo, scelgo un punto di vista parziale e soggettivo, e decido di raccontarvi alcuni mondi che mi hanno più colpito. Incomincio da una delle mostre più belle all’esterno della Biennale: alla fondazione Querini Stampalia da non perdere Mona Hatoum, Interior Landscape, a cura di Chiara Bertola. Un’antologica dell’artista di origine palestinese, nata a Beirut, che sa mettere in gioco uno sguardo emotivo, sottile e forte su una realtà che parte dalla sua dimensione quotidiana, plasmata da elementi privati e collettivi inestricabilmente intrecciati, e arriva ad affrontare un’idea complessiva del mondo, fatto di tensioni e continui conflitti che lo attraversano, lo consumano e lo ricompongono, senza tregua.

Qualche esempio: seducenti bocce di vetro di Murano di vari colori che riproducono diversi tipi di bombe a mano accuratamente disposte in un mobile-vetrina, dove di solito si mettono in bella mostra i piatti o i bicchieri di famiglia ritenuti più preziosi. O l’installazione che dà il titolo alla mostra: un letto di metallo con la rete di filo spinato e un cuscino su cui appaiono delle forme appena accennate cucite con i capelli, accanto un comodino con un semplice vassoio di cartone su cui macchie d’unto hanno disegnato tracce di possibili altre forme, più in là, una sedia con una keffiah ricamata ancora una volta con ciocche di capelli. Una stanza vuota, disabitata, ma piena e pulsante di corpi assenti.

All’Arsenale, ricordo la perfetta installazione sonora di Roberto Cuoghi, e il lavoro dell’inglese Ceal Floyer, come sempre di un’intelligenza destabilizzante, ironica e struggente: una grande proiezione a parete di una diapositiva che ci rivela un bonsai in dimensioni molto maggiori di quelle che possiede in realtà. Potente nella sua assoluta semplicità il lavoro del cinese Chu Yun: uno straniante spazio completamente buio, popolato e animato solo dalle tante lucine intermittenti che segnalano la muta e costante attività di tutti gli oggetti tecnologici che formano la nostra esistenza quotidiana. Al Padiglione delle Esposizioni, ex padiglione Italia, superata la facciata completamente ridisegnata dall’americano John Baldessari (Leone d’oro alla carriera, insieme a Yoko Ono), da segnalare l’installazione di Tomas Saraceno, un’elegante e immensa ragnatela che invade e attraversa tutta una stanza. Tra i padiglioni nazionali ai Giardini segnalo quello olandese con le video proiezioni di Fiona Tan, tutte giocate sulla profonda e complessa relazione tra ciò che le immagini raccontano e ciò che noi proiettiamo emotivamente su di loro.

E poi il padiglione degli Stati Uniti dedicato a Bruce Nauman, secondo me il più interessante e prolifico artista della seconda metà del XX secolo, con molto da dire ancora oggi. In realtà la mostra di Nauman si svolge anche in altre due sedi fuori dai Giardini: all’Università Ca' Foscari, e alla IUAV ai Tolentini. Qui troviamo anche le versioni, rispettivamente in italiano e in inglese, di una nuova installazione sonora, Days/Giorni, realizzata dall’artista americano apposta per questo appuntamento veneziano.
14 casse bianche, completamente piatte, leggere e quadrate, disposte su due file parallele una di fronte all’altra – 7 da una parte e 7 dall’altra - compongono una sorta di corridoio al centro di una lunga stanza. Si percorre lo spazio avanti e indietro, e ci si trova immersi in un flusso di voci registrate che nominano i giorni della settimana, secondo diverse sequenze. Mentre cammini nell’ambiente, attraversi anche tutta l’emozione del divenire e del ripetersi del tempo scandito da un coro di voci - maschili e femminili -, che ti colpisce dritto al cuore, lasciandoti senza fiato. Grande ed essenziale lezione di un maestro perfettamente capace di fare ancora centro, meglio di tanti altri.

Tra i padiglioni nazionali esterni ai Giardini, e dislocati in vari edifici – quest’anno molto più numerosi che nelle precedenti edizioni - voglio ricordare quello del Messico e di Singapore. What Else Could We Talk About? è l’agghiacciante domanda che si pone, e ci pone Teresa Margolles, mostrando nelle stanze di uno storico palazzo veneziano grandi tele impregnate con il sangue di vittime di omicidi in Messico, altre stanze completamente vuote vengono pulite quotidianamente con acqua e sangue di altre anonime vittime. L’artista Ming Wong, invece rivisita, con un sguardo partecipe e al contempo distaccato, l’età d’oro del cinema di Singapore degli anni '50 e '60 del secolo scorso, attraverso grandi manifesti ridipinti e tre videoinstallazioni, di stampo brechtiano, che rimettono in scena l’estetica della fiction di massa, facendo recitare da alcuni attori frammenti di film d’epoca rigiocati sulla pluralità delle lingue coinvolte, e sull’evidenziazione degli stereotipi comportamentali delle identità di genere maschile e femminile.


 
 
 
 
 
 
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