«Se continui a seguire lo spettatore, finirai per vedergli solo il culo».
Il piacere di iniziare il pezzo con una massima tanto acuta, per di più firmata Brecht (grazie Flavio), ve lo posso solo raccontare. Ma, in linea di massima, immaginate che qualcuno vi stia massaggiando il cuoio capelluto.
In realtà film come Terminator Salvation rendono il mio lavoro più complicato: non come sostituire il gambo della doccia, ma comunque complicato. Sono la testimonianza esemplare della decadenza dei costumi hollywoodiani (niente meno): effetti visivi da lasciare a bocca aperta e una scrittura sciatta da non credere. Sono entusiasmanti da un lato, ma dall'altro fanno proprio schifo. Vabbé, che ti aspettavi?, mi direte. Vediamo se riesco a rendere l'idea.
La trovata migliore di Terminator 4 è che è girato come un film di guerra (un film di guerra con un budget con cui potremmo comprarci un'isola del pacifico). Pensate allo sbarco in Normandia girato da Spielberg nel Soldato Ryan: fotografia sgranata, colori spenti, budella ovunque, suoni ovattati. Una simulazione di realtà accurata, o per lo meno estremamente credibile. Ora immaginate che sulla spiaggia, in mezzo ai soldati che corrono, alle esplosioni, ai proiettili che volano, alle grida di terrore, ci sia un robot alto trenta metri che schiaccia la gente a cazzotti, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ecco, Terminator 4 è così.
Questo è il genere di effetti speciali che mi piace: la meraviglia è il risultato di una visione "naturalistica" dell'impossibile. Ciò significa che lo sforzo registico e produttivo non è limitato a una lista di richieste sempre più assurde fatte al team che realizza gli FX («Ok, vorrei che l'astronave a forma di betoniera venisse inghiottita dal buco nero mentre l'uomo-pesce riprende il controllo dell'autobus; però tutto molto grande»), ma anche alla cura dei dettagli ambientali. Perchè solo un ambiente estremamente realistico può dare credibilità alle invenzioni digitali (capito J.J.?).
Passiamo alla seconda faccenda. Immaginate a questo punto, ora che il film è riuscito a catturarvi e voi siete DAVVERO convinti di far parte di un mondo in cui gli uomini combattono quotidianamente nel fango contro robot giganti, che qualcuno apra la bocca e dica, come fosse la cosa più normale del mondo, magari mentre mangia una scatola di fagioli: «la differenza tra noi e i robot è che noi abbiamo un cuore che batte».
Oppure che il protagonista abbia una spranga di ferro che gli attraversa lo sterno e si salvi perché, di punto in bianco, un amico decide di regalargli il cuore. Letteralmente (e siamo in una tenda in mezzo al deserto, con la sabbia nelle mutande e nemmeno uno straccio di flebo). BANG! Fine del processo di immedesimazione. Sono di nuovo cosciente che sto guardando un film.
Eccolo qui il segno dei tempi: non si chiede allo spettatore di sospendere l'incredulità davanti a quel che vede (tutto è perfettamente credibile, anche quando è incredibile), ma SI PRETENDE che lo faccia di fronte a quel che sente (tutto è assolutamente incredibile, anche quando vorrebbe essere credibile). Perchè? Perché il cinema d'azione americano è pensato per gli adolescenti: generazioni abituate fin dalla culla a ogni sorta di stimolo multimediale, ovvero ad una passività da osservatori, ad altissima frequenza. Su questo piano, di conseguenza, pretendono standard mostruosi. Mentre lettura e scrittura, che richiedono periodi di attività prolungati (e dunque bassa frequenza) stanno diventando attività anti-storiche.
Tuttavia, anche prescindendo da considerazioni di antropologia sociale, bisognerebbe ricordare che quello che vale per l'occhio, vale pure per le orecchie: le battute a effetto funzionano solo all'interno di dialoghi credibili. Se le metti una dietro l'altra, invece, è come mangiare troppo caramelle: alla fine non senti più il sapore. E, nella maggior parte dei casi, devi pure correre al bagno.