Matteo, amante della matematica vorrebbe alzarsi ogni mattina ricevendo un bacio dalla donna che ama e vorrebbe insegnare all’Università, ma, quando si sveglia, accanto a lui nel letto c’è il suo coinquilino e, ad attenderlo, una scrivania nell’area marketing di una società per cui progetta custodie per cellulari. Guadagnando mille euro al mese.
Francesco, invece, ha terminato la Scuola di Cinematografia, vorrebbe girare il suo film, ma passa le giornate giocando alla playstation e lavorando come proiezionista.
Beatrice sì è trasferita da Todi a Milano, vorrebbe insegnare latino e greco, ma ancora attende la prima supplenza.
Infine Angelica vorrebbe far carriera, e, per raggiungere l’obiettivo, vaga per l’Europa in compagnia del suo trolley.
Sono i quattro protagonisti di Generazione 1000 Euro, tipici esemplari di quella che potremmo definire la Generazione del Condizionale, trentenni che vorrebbero realizzare le proprie aspirazioni, ma raramente ce la fanno. «Giovani, non più così giovani, di cui ogni tanto gli adulti parlano in tv scuotendo la testa con rassegnazione», come li etichetta Matteo. Giovani che vantano una laurea a pieni voti, master e specializzazioni, e tuttavia temono ogni giorno di perdere il lavoro (un lavoro di cui per giunta gli importa poco). Costretti a non credere più nei sogni ma nemmeno nella realtà, ché l’unico modo per andare avanti è pensare: «ciò che mi succede non mi riguarda».
Affrontano bollette e affitti con il conto perennemente in rosso; vendono e acquistano su e-bay; sperano di incontrare la persona giusta e di trovare un lavoro appassionante, ma si ritrovano a vivere in uno stato di costante precariato sentimentale e lavorativo. E magari vorrebbero pure tener fede ai propri ideali, senza scendere a compromessi con una società in cui “competizione” fa rima con “sopraffazione”, o per lo meno è necessario “conoscere la gente giusta”.
Insomma ci assomigliano un po’ questi 4 personaggi anche se, a guardarli bene, sono meno ansiosi di noi precari in carne e ossa, e sembrano suggerirci un’altra visuale: perfino le paure che ci rendono vulnerabili (e isterici e nervosi), possono essere esorcizzate con un po’ di ironia. La vita però non è un film e l’happy end, che sullo schermo naturalmente non manca, sembra quanto mai complicato da mettere in piedi. Sperando che stia a noi farlo, e a nessun altro. Sperando di non sentirci tutto il tempo «personaggi di un video-game in cui qualcun altro decide ogni nostra mossa».