Generazione mille euro
COMMEDIA, 101'




Se esiste una via per sdoganare fuor di confine la nostra commedia è questa. Il racconto di un contesto sociale e di un'atmosfera culturale, per quanto connotati geograficamente, non giustificano la propensione tutta nostrana a una messa in scena sciatta. Qui il comparto tecnico fa il suo dovere e pure Massimo Venier, senza inventare niente, almeno non dà l'impressione di appoggiare la macchina da presa dove capita. A pensar male si potrebbe azzardare che basti allontanarsi dalla capitale, il cui monopolio produttivo ha trascinato gli standard su livelli da terzo mondo. La storia di Matteo, precario del lavoro e dei sentimenti, trentenne condannato a sognare la stabilità («sono un luogo comune»), di qualsiasi genere, ha buoni punti di merito: arriva al momento giusto, è sviluppata seguendo il manuale (con i tre atti al loro posto, una volta tanto) e gode di un Francesco Mandelli (il non giovane di MTv) che ha poco talento ma ottimi tempi comici. Peccato per qualche eccesso melodrammatico fuori luogo e per il temuto finale moralista.
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RocknRolla
AZIONE, 114'




Guy Ritchie è il figlio più celebre e generalmente stimato del cinema di Quentin Tarantino. A partire da Lock & Stock, fino al recente Revolver, Ritchie si è specializzato in gangster movie sopra le righe, destrutturati narrativamente e in cui l'azione è affidata più ai dialoghi e al montaggio che alle sparatorie. Sembra ovvio che cinema postmoderno di questo tipo, intimamente legato al concetto di riciclo di modelli e luoghi, abbia una necessità di rinnovamento interno, di ricerca formale e non solo, estremamente alta. Ed è qui che emerge la gigantesca differenza tra Maestro (Tarantino, appunto) e allievo. La sensazione che si ha assistendo a Rocknrolla è che nemmeno Ritchie abbia idea del perchè sia stato girato. E dopo i tentativi falliti di percorrere altre strade (Travolti dal destino), e quelli apprezzati (ma non dal pubblico) di deviare la strada preferita su sentieri simbolicamente impervi (Revolver), questo è un evidente passo indietro.
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Fast and Furious - Solo parti originali
AZIONE, 107'




Se l'indignazione non fosse moneta fuori corso per troppo conio, questo sarebbe un buon film per cui spenderla. Dimenticatevi le parabole reazionarie in gran parte innocue e in definitiva catartiche del cinema d'azione anni '80 (da Stallone a Willis, passando per Schwarzenegger), con la loro innegabile capacità di mettere in piedi e sostenere un immaginario pop. Il racconto dell'amicizia tra un poliziotto infiltrato e un ladro con la passione per l'alta velocità, è in Fast and furious il contesto in cui va in scena il peggio dello sconcerto ideologico dell'America post-Bush e pre-Obama, un'America che non esiste eppure informa di sé una parte importante del suo orizzonte culturale. Storia decrepita, ambiguità morale (sconcertante), un uso volgare e sconsiderato dell'azione digitale, in semplice omaggio alle aspettative più triviali del pubblico adolescente. Che schifo.
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Louise Michel
COMMEDIA, 94'




Non è proprio questo il cinema indipendente che ci piace. Quello che ritiene che "militante" faccia rima con "repellente" (invece è solo un'assonanza). Quello di chi pensa che meno muovi la macchina da presa (in questo caso non si muove affatto: è tutta camera fissa) e più dimostri d'avere occhio. Di chi crede che il cinismo sia il (solo) braccio armato della satira. E soprattutto di chi pensa un mondo in cui l'unica scelta, per il proletariato, sia tra rivoluzione armata e una vita abbandonata al non-senso. Cinema della miseria per riflettere la miseria dei tempi? Se ne può discutere: resta mal inteso se la miseria sia negli occhi del personaggio, in quelli di chi lo guarda o in quelli di chi lo pensa. Un paio di buone sequenze scuola Monty Python, e poco altro.
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