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Un viaggio nel Mar Rosso, con la paura dei pirati

 
Prosegue il reportage di Laura Guglielmi. Una cena nel bel mezzo di un summit di capi di Stato africani. Sulla costa in attesa di imbarcarsi per l'arcipelago delle Dalak
 
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Leggi anche la prima parte del reportage di Laura Guglielmi dal Mar Rosso: Un viaggio nei mari infestati dai pirati  
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22 aprile 2009
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mentelocale di
Laura
Guglielmi
   
eritreaM

Siamo qui in Eritrea, a Massawa, sulla costa, dopo una notte insonne, ieri eravamo in Italia e ora siamo qui, i cellulari non funzionano, non c’è rete, isolati dal mondo. L’esercito ha requisito il nostro albergo per un improvvisato summit internazionale di capi di stato africani. Siamo scesi dall’altipiano di Asmara su un tremolante trenino a trazione elettrica degli anni Trenta, costruito a Genova dall’Ansaldo. L'Eritrea è stata la prima colonia italiana in Africa, e la presenza degli italiani si nota un po' ovunque. Alla guida del treno un uomo di 83 anni, un pensionato, l’unico in grado di guidare questo treno, fermo da decine di anni e messo in funzione solo per i rarissimi turisti. Tra un dirupo e l’altro siamo giunti sulla costa, ecco il mitico Mar Rosso, domani ci imbarcheremo su un vecchio sambuco alla volta dell’arcipelago corallino delle isole Dalak, dove in passato i pirati hanno preso interi equipaggi in ostaggio.

È di questi giorni la notizia che il denaro dei riscatti pagati ai pirati somali viene riciclato a Dubai: 80 milioni di dollari solo nel 2008, un bottino diviso con organizzazioni criminali che hanno conti correnti negli Emirati Arabi Uniti e in altri Paesi del Medio Oriente. Certo con il mio conto corrente non è che ci potranno fare granché, ma che ne sanno? Intanto mi rapiscono!

Al momento dobbiamo capire dove dormiremo, dato che le nostre stanze se le sono accaparrate il presidente dell’Eritrea, rappresentanti del governo dello Zimbawe, dell'Uganda, e di tanti altri stati africani dell’area con il loro seguito e senza nessun preavviso. Tema dell’incontro: la situazione somala. Bel primo aprile, ci hanno preparato proprio un bello scherzo. Ah, mi dimenticavo, sono qui in vacanza e non per lavoro. Qualcuno prima di partire mi ha detto: «ma chi te lo fa fare?». Sono preoccupata per i pirati che potremmo incontrare da domani al largo, ma ora ancor di più per questo summit, sta per scoppiare un altro conflitto, magari di nuovo con l’Etiopia?

Solomon
, la nostra guida riesce a risolvere la situazione, se l’Hotel Dead See è tutto occupato da lor signorie, lui ci ha trovato un bungalow in riva la mare. C’è anche il ristorante, forse si riuscirà pure a mangiare.
Ci affidano le stanze - io sono un po’ isolata dal gruppo di amici con i quali viaggio - e nella stanza vicino a me arriva un africano robusto e grande come una casa con tante stellette sulla giacca della divisa. Sarà un pilota dell’Egyptian Air in divisa, penso.
Finalmente è ora di cena. Ci vietano di entrare al ristorante perché è prenotato per una cerimonia. Ci tocca mangiare all’aperto, prede di insetti di ogni tipo. Ora siamo finalmente tutti a tavola, abbiamo ordinato il cibo, ma non arriva. Siamo alla terza birra.
Sta facendosi buio, ancora niente cibo in tavola. Siamo gli unici seduti ai tavolini qui all’aperto. Tutt’a un tratto, tra le palme e la sabbia, intravediamo una limousine, circondata da uomini armati fino ai denti, mitra spianati, una folla che avanza, un'auto dietro l’altra che sforna le alte cariche dei governi africani.

Lo capiamo subito, non solo ci hanno requisito l’albergo, ma anche occupato interamente l’unico ristorante aperto di tutta la zona. Che occasione ghiotta per una giornalista. Ma che fare? Per ottenere il visto, il tour operator mi ha chiesto di scrivere che sono un’impiegata, mi ha fatto spergiurare di non dire mai il mestiere che faccio, che quelli come me in Eritrea non sono graditi per niente. E poi l’Africa interessa poco ai media italiani main stream. E sbagliano perché la prima puntata di questo reportage che sto scrivendo su mentelocale.it è stata molto letta, e di questo vi ringrazio. Perché internet è micidiale, puoi sapere in quanti ti hanno letto, quanto tempo sono rimasti sulla pagina, e tante altre diavolerie del genere.


E allora me ne sto lì, a confabulare con i miei nuovi amici: conosco solo Nilla e Guido – è lei che mi ha coinvolto in questa avventura - ma anche gli altri compagni di viaggio non sono niente male. Insomma la compagnia è quella giusta, tutti prendono la situazione con leggerezza. E intanto il mangiare non arriva. «Perché il nostro presidente non si occupa dell’Eritrea – sbotta con rammarico Solomon – invece che fare inutili chiacchiere sulla Somalia?». Gli eritrei hanno combattuto una feroce guerra di indipendenza contro l’Etiopia, un conflitto che ha stremato entrambi i Paesi. Il presidente, un ex combattente, ora che ha conquistato il potere lo tiene con i denti stretti. Come purtroppo succede spesso, dopo le rivoluzioni o le guerre di liberazione, le libere elezioni diventano una chimera. E dire che è forse l'unico Paese al mondo dove l'otto marzo è festa nazionale. Un omaggio alle donne che hanno combattuto nella guerra d'indipendenza, ben il trenta per cento.
Ora il cibo è arrivato, niente male, siamo qui quasi al buio con una lampadina sulla testa, divorati dalle zanzare, a chiacchierare tra noi, ad ascoltare Solomon che ci parla del suo Paese, e a osservare i capi di stato che si ingozzano al di là della vetrata ben illuminata. Non sono serviti ai tavoli, si devono alzare e andare a fornirsi di cibo al buffet: «trangugiano di tutto e non risolvono niente», si sfoga Solomon. Però non si fanno servire, rifletto io, cercando di immaginarmi una cena dei capi di governo europei. E questa è una bella cosa. Per andare al bagno, devo entrare dentro al ristorante, mi lasciano. Non c’è acqua corrente, neanche per il WC, ma solo una grande tanica dalla quale rifornirsi. Ripenso ai capi di Stato europei, un summit senza l’acqua nel cesso. E allora questi loro colleghi africani mi fanno tenerezza, anche se ci han requisito albergo e ristorante.

Ritorno al tavolo. Solomon sta raccontando che tutti gli uomini armati che abbiamo intorno sono solo un piccolo avamposto, che tutte le colline sopra Massawa sono zeppe di soldati, tutto l’esercito eritreo schierato in difesa del presidente lì a pochi metri da noi. Dormiremo un sonno tranquillo.
È ora di andare a letto. Mi avvio da sola verso la stanza, un lungo tratto di spiaggia puntellato di palme. Un kalashnikov mi guarda incuriosito. Mi spavento ma neanche tanto, ci sto facendo l’abitudine. Dal ristorante al mio bungalow, altri uomini armati mimetizzati nel buio. Entro velocemente nella mia stanza, mi chiudo a chiave e scoppio a ridere, altro che pilota dell’Egyptian Air: quell’omone che alloggia nella stanza vicino a me deve essere un capo di Stato africano che preferisce dormire sul mare.
Precipito all’istante in un sonno agitato. Domani mattina presto ci imbarcheremo alla volta dell’arcipelago, i pirati ci aspettano, ma forse li abbiamo già incontrati. E non ci hanno neanche notato. O almeno così pare.


Prosegue

 
 
 
 
 
 
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